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mercoledì 20 agosto 2014

Nell'ingiustizia i germi del caos bellico

da www.ilsole24ore.com

«Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi e a capitoli». Lo sostiene, con la consueta chiarezza, papa Francesco al suo ritorno dalla Corea del Sud. E non c'è neppure bisogno di correre col pensiero alla Palestina oppure al Kurdistan per capire l'antifona. Nessuno francamente può dubitare che viviamo in un tempo in cui il conflitto, la crudeltà e la tortura sono più diffusi che mai nella quotidianeità di un mondo tormentato.
Il problema piuttosto riguarda il riferimento a una «terza guerra mondiale»: si tratta di un paragone plausibile oppure di una boutade a effetto dovuta magari alla voglia di sorprendere? Credo che per rispondere a una domanda del genere dobbiamo separare nettamente il piano dell'interpretazione storica in senso stretto da quello della metafora o, se vogliamo, della ricostruzione di uno spirito del tempo. Dal primo punto di vista, quello dell'interpretazione storica vera e propria, sembra ovvio e persino banale che non stiamo vivendo una terza guerra mondiale. Se non altro perché le grandi potenze non sono coinvolte in primo piano nel conflitto. Dal secondo punto di vista, però, quello più allusivo e metaforico, la questione è più complessa. Se, come sarei portato a credere, il Papa sostiene che stiamo attraversando una crisi planetaria del tipo di quella che l'Europa e il mondo tutto vissero dal 1915 al 1945 forse non gli si può dare torto.

Il cuore di questa crisi riguarda l'estrema necessità e assieme la radicale difficoltà di raggiungere un livello decente di giustizia globale. E se, come è lecito supporre, l'ingiustizia è la madre di tutte le guerre, allora non è sbagliato riconoscere nella situazione odierna le premesse di un conflitto mondiale. Il deficit evidente di giustizia globale dipende da un problema di enormi dimensioni che non sappiamo assolutamente come risolvere. Questo problema trae origine dal fatto che dobbiamo affrontare questioni globali con strumenti locali. Questioni globali sono la povertà assoluta, le malattie pervasive, i fondamentalismi religiosi, l'ineguaglianza di reddito e status, la corruzione delle élites, il degrado ambientale, la presenza diffusa di armi letali, la mancanza di regolazione dei mercati finanziari e così via. Strumenti locali sono le istituzioni transnazionali di cui disponiamo. I vari tribunali internazionali, la Wto e la Banca mondiale, i trattati e le consuetudini, le organizzazioni non-governative e persino le Nazioni Unite sono del tutto insufficienti ad affrontare le questioni globali di cui si diceva. E lo sono - si noti bene - non per incapacità o mancanza di buona volontà, ma per una vicenda logica di fondo. Tutti gli strumenti istituzionali transnazionali di cui disponiamo sono gestiti dagli stati, che custodiscono gelosamente la loro sovranità. Le questioni globali, invece, non rispettano i confini, e questo mis-match crea un deficit strutturale di giustizia globale.

Per fortuna, soprattutto tra i giovani, abbondano nel nostro mondo sentimenti morali di natura cosmopolitica. Come capita, le persone precedono le istituzioni che le governano. Questo fa pensare a molti che etica e religione siano la molla unica per affrontare le difficoltà globali del nostro tempo. E fa del papa stesso un interlocutore privilegiato in materia. Ma non c'è bisogno di ricordare l'austero Thomas Hobbes per capire che etica e religione - per quanto benvenute - non sono sufficienti. Per avere giustizia globale ci vuole una politica capace di superare le barriere e i confini tradizionali. Nel discorso di papa Francesco aver sottolineato questo punto rappresenta forse uno dei momenti più originali e persuasivi. Il pontefice, infatti, non ha separato la città di dio dalle traversie del mondo ma anzi ha fatto esplicito riferimento alle Nazioni Unite e al loro potenziamento. Forse è proprio da questa rinascita etica del tessuto istituzionale transnazionale che possiamo sperare di ottenere maggiore giustizia globale. E, per conseguenza, di far succedere a un periodo di lutti uno di relativa pace.

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