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giovedì 29 agosto 2013

L'Australia, senza crisi e guerre, vince ancora. Melbourne per il terzo anno consecutivo è la città più vivibile al mondo

da www.ilsole24ore.com


(Corbis)(Corbis)
Per stare bene bisogna emigrare nell'emisfero australe, o per chi non vuole fare un viaggio così lungo, basta attraversare il confine e raggiungere la vicina Austria. E' infatti senza sorprese la classifica 2013 stilata dall'Economist Intelligence Unit's (EIU) che analizza, dal 2008, la vivibilità di 140 città nel mondo.
Nelle prime dieci posizioni ci sono 4 città australiane, Melbourne in testa per il terzo anno consecutivo, una neozelandese, Auckland, la piccola Vienna al secondo posto, tre città canadesi, Vancouver, Toronto, Calgary e solo un'altra località del Nord, l'altra europea Helsinki.
Secondo i criteri utilizzati dalla ricerca stabilità politica, sanità, cultura e ambiente, educazione e infrastrutture le città coinvolte nelle primavere arabe o che vivono guerre civili Teheran, Douala, Tripoli, Karachi, Algeri, Harare, Port Moresby, Dacca e Damasco hanno ottenuto i punteggi più bassi, come pure alcune città europee, Madrid e Atene, che sono state le piazze più coinvolte da disordini e proteste a causa della crisi economica. La placida capitale slovacca Bratislava invece guadagna posizioni e ed è stata piazzata al 63 ° posto in classifica.
L'Australia è stata nuovamente premiata per aver ottenuto degli ottimi punteggi per:
1- la scarsa densità di popolazione: su un territorio di 7.682.400 km quadrati vivono poco più di 22 milioni di abitanti, pari a 2,88 persone per km quadrato (la loro politica sull'immigrazione è particolarmente selettiva). Per fare un paragone in Italia la media è 202 abitanti per km quadrato.
2 - violenza contenuta: a Melbourne ci sono 2,7 omicidi ogni 100.000 abitanti contro i 6,4 della città di New York
3 - i massicci investimenti nelle infrastrutture: nel 2010 il governo federale ha varato un piano a lungo termine per implementare strade e autostrade
4 - l'organizzazione efficiente delle città: la politica locale pur non trascurando servizi e divertimenti offerti ai cittadini ha saputo organizzare e preservare il territorio al meglio.

giovedì 22 agosto 2013

Onu, no di Russia e Cina all'inchiesta sull'uso di armi chimiche in Siria. Parigi: agire anche senza Onu

da www.ilsole24ore.com

Onu, no di Russia e Cina all'inchiesta sull'uso di armi chimiche in Siria. Parigi: agire anche senza Onu
I militari del presidente siriano Bashar al-Assad hanno bombardato all'alba i sobborghi di Damasco sotto il controllo dei ribelli. Lo hanno riferito fonti dell'opposizione citate dalla tv satellitare al-Jazeera, dopo l'attacco chimico da 1.300 morti di ieri. I sobborghi raggiunti da razzi e colpo di artiglieria pesante, tutti a est di Damasco, sono Joba, Zamalka e Qaboun.
No di Cina e Russia all'inchiesta
Sulla strage di ieri sono tornati i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, chiedendo di "fare luce" sulle accuse di utilizzo di armi chimiche nella zona di Damasco. Il Consiglio, riunitosi ieri sera a New York, non ha però trovato l'accordo sull'avvio di un'inchiesta per il no dei membri permanenti Cina e Russia. L'opposizione siriana accusa il regime di Assad di aver fatto uso di gas nervino, e ha pubblicato fotografie e video di centinaia di vittime. L'accusa è stata respinta con indignazione dal regime, che ha denunciato un «complotto» per influenzare gli ispettori.
La smentita di Damasco trova l'appoggio dell'Iran. «Se le informazioni riguardanti l'uso di armi chimiche fossero esatte, allora certamente saranno state utilizzate dai gruppi terroristici che hanno dimostrato di non esitare davanti a qualunque crimine», ha affermato il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, in una dichiarazione riportata dall'agenzia di Stato Irna.
Bonino: serve chiarezza
Il ministro degli Esteri Emma Bonino insiste sull'urgenza di «fare chiarezza». Intervistata dal programma di RadioUno«Prima di tutto», il capo della Farnesina ha auspicato l'avvio di un indagine sull'uso di armi chimiche a Damasco: «Il regime e i russi ne danno tutt'altra versione, più o meno interessata; da subito ci siamo mossi perché gli ispettori dell'Onu che sono a Damasco siano autorizzati ad un'immediata inchiesta su questo episodio, è importante capire da un'organizzazione terza quale sia la reale situazione e cosa sia veramente successo».
La Francia
Sulla stessa lunghezza d'onda il suo omologo al governo francese, Laurent Fabius, che ha chiesto una «reazione forte« della comunità interazionale se la versione dei ribelli dovesse essere confermata. Se il consiglio di sicurezza dell'Onu non fosse in grado di prendere una decisione sui presunti attacchi con armi chimiche in Siria, le decisioni dovrebbero essere prese «in altri modi». Lo ha detto in tv il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, aggiungendo che «non è in discussione di mandare truppe sul campo».

sabato 10 agosto 2013

Egitto: appello Ban a riconciliazione

da www.ansa.it

Ad autorità e manifestanti, "evitare provocazioni"

10 agosto, 08:39

Egitto: appello Ban a riconciliazione (ANSA) - NEW YORK, 10 AGO - Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha lanciato un appello alla non-violenza e alla riconciliazione in Egitto al fine di evitare un nuovo bagno di sangue. Il segretario generale ritiene "essenziale che tutti gli egiziani coinvolti - le autorità come i manifestanti - riconsiderino con urgenza le loro azioni e le loro dichiarazioni" che potrebbero essere "percepite da altri come provocatrici".

mercoledì 7 agosto 2013

Così si rigenera la metastasi al-Qaeda

da www.ilsole24ore.com


Perché al-Qaeda è ancora una minaccia, 25 anni dopo la sua fondazione a Peshawar nell'88 e a 12 anni dall'11 settembre? Nonostante l'uccisione di Osama bin Laden nel maggio 2011 ad Abbottabad e l'eliminazione del 75% dei capi in Afghanistan e Pakistan con la guerra dei droni, al-Qaeda sembra rinascere ogni volta come una metastasi sempre più estesa che ha spostato il centro di gravità nella penisola arabica e in Nordafrica.
È attivissima con gli attentati in Iraq nella guerra civile tra sciiti e sunniti, in Siria, in Yemen, in Libia, in Mali e ora anche in Tunisia - pericolosa novità - senza contare i gruppi affiliati come gli Shabab somali, i Boko Haram nigeriani, i jihadisti del Sinai.
La lista del terrore e della guerriglia islamica è lunga, a volte sorprendente. In ufficio alle spalle dell'Hotel Hilton al Cairo Abdel Fattah Nabil Naimi gestisce una delle sue attività: un'agenzia di viaggi per la Mecca e nei Territori palestinesi. Naimi è il fondatore della Jihad islamica in Egitto, l'organizzatore dell'assassinio di Sadat nell'81, ha combattuto in Afghanistan e Yemen: un amico di vecchia data di Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano successore di Osama, con cui intrattiene ancora un'interessante corrispondenza. «Molte cose ci hanno unito, ora altre ci dividono: ho scritto ad Ayman che inviare guerriglieri contro Assad è un errore, frantumerà ulteriormente il mondo musulmano e lo renderà ancora più vulnerabile ai progetti di Stati Uniti e Israele».
La Siria è uno dei campi di battaglia di al-Qaeda, che tenta di monopolizzare la lotta dei ribelli e saldarla a quella dei sunniti iracheni. «È paradossale - sottolinea il corpulento e barbuto Naimi - che mentre gli Stati Uniti combattono ovunque al-Qaeda, in Siria vogliano abbattere un regime che lotta contro il loro peggiore nemico».
Il gesuita Paolo Dall'Oglio, secondo quanto affermato ieri dal ministro degli Esteri Emma Bonino, è stato sequestrato dall'organizzazione "Stato islamico dell'Iraq e del Levante", presentata dal suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi, come un movimento unitario con i siriani del Fronte Jabat al-Nusra. Al-Baghdadi ha dichiarato che il suo gruppo iracheno - collegato ad al-Qaeda - ha addestrato e finanziato i combattenti di al-Nusra fin dall'inizio della rivolta siriana, due anni fa.
Ma dov'era l'intelligence americana e occidentale quando gli arabi e la Turchia puntavano ad abbattere Assad in pochi mesi con un'operazione dai contorni spericolati? Anche se al-Qaeda è assai meno letale che in passato il suo ramo propaganda al-Sahab (Le Nuvole) si dimostra ancora efficace nel reclutamento di potenziali sostenitori, decisamente abile a presentare sul web la guerra dei droni come attacchi indiscriminati contro i musulmani. Eppure sono proprio i musulmani a costituire l'85% delle vittime di al-Qaeda e degli affiliati: una galassia con opinioni diverse su strategie e tattiche, compresa l'annosa questione se sia accettabile o meno uccidere musulmani innocenti con attacchi suicidi.
Gli Stati Uniti oggi combattono un nemico non meno sfuggente che in passato, disperso su un territorio vastissimo, dal Mediterraneo all'Asia centrale, dal Nordafrica alla penisola arabica; hanno ingaggiato guerre sanguinose e logoranti in Afghanistan e Iraq, investono miliardi dollari nei droni e in operazioni di intelligence ma non hanno ancora vinto la guerra al terrorismo. Non per inefficienza tecnologica ma perché è mancata la risposta politica sul terreno oppure è arrivata in ritardo, quando la fine dei dittatori ha seguito copioni improvvisati che ora sono già ingialliti nella contro-primavera araba.