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domenica 23 giugno 2013

Una road map per lo sviluppo del Sahel. All'Onu il piano di Prodi

da www.ilsole24ore.com


Il Sahel è una vasta area geografica che attraversa l'Africa da un capo all'altro, toccando una decina di paesi lungo la sua sterminata fascia desertica. (Corbis)Il Sahel è una vasta area geografica che attraversa l'Africa da un capo all'altro, toccando una decina di paesi lungo la sua sterminata fascia desertica. (Corbis)
Sviluppo è la parola che più di altre può dare significato alla pace. Dall'idea di promuovere un piano internazionale di sviluppo in una delle aree più povere e martoriate del mondo, il Sahel, parte l'iniziativa del segretario dell'Onu Ban Ki-Moon di nominare Romano Prodi, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel, lo scorso 11 ottobre. L'impegno dell'ex premier ed ex presidente della Commissione europea, èarrivato a un punto focale: il 26 giugno la sua proposta verrà presentata da Ban al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con il professore presente.
Il Sahel è una vasta area geografica che attraversa l'Africa da un capo all'altro, toccando una decina di paesi lungo la sua sterminata fascia desertica. Parte dal Senegal e si spinge fino alla Somalia, attraversando Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia. Se le previsioni di Fmi e Banca Mondiale parlano di una crescita economica impetuosa dell'Africa subshariana, da Tigri asiatiche, nelle prossime due generazioni, il Sahel è l'unica area cuscinetto che resta fuori da tutte le stime. Un buco nero. Il buco nero del mondo. Per tanti motivi. Legati all'instabilità politica, alla corruzione, al clima desertico, all'arretratezza delle economie, ai traffici internazionali di esseri umani e di droga che passano per il Sahel, in direzione Europa, e hanno tutto da guadagnare dal perpetuarsi di regimi deboli e autocratici.
Il primo obiettivo delle politiche dell'Onu è quello di superare la crisi del Mali, tuttora in corso, e più in generale, stabilizzare l'area più in generale: l'attentato alla sede Onu di Mogadiscio da parte degli islamisti, pochi giorni fa, dimostra ancora una volta quanto sia debole la pace. Da qui la proposta di lanciare un Programma internazionale di sviluppo, con un fondo ad hoc, che ha mosso i vertici delle Nazioni Unite e che ha impegnato Prodi in questi mesi tra Africa, Europa, Stati Uniti, Cina.
La cosa nuova di questo piano è che non stato calato dall'alto delle organizzazioni internazionali, ma ha avuto un percorso inverso.
Il lavoro del professore è partito dal basso, dai Paesi interessati: sono stati coinvolti i centri di ricerca africani, le università e gli esperti locali per cercare di identificare le priorita' e le necessità di questi Paesi. Sono stati anche coinvolti i potenziali paesi donatori per cercare il loro sostegno e condividere il progetto. "Sono molto soddisfatto del lavoro fato finora – commenta Prodi – soprattutto perché i docenti africani e gli esperti hanno individuato i progetti. Sono loro che hanno definito le priorità e le cose da fare, di cui hanno bisogno per lo sviluppo". Sei professori africani sono stati i capigruppo del progetto che ha portato alla redazione del Piano di sviluppo per il Sahel ora nelle mani di Ban. Dietro di loro, hanno lavorato altri 26 professori, tra docenti ed esperti delle università dei diversi paesi del Sahel. Un primo seminario per mettere insieme le proposte si e' svolto a Dakar, nel marzo scorso, presieduto da Prodi e da Jeffrey Sachs della Columbia University.
L'ultimo seminario, quello conclusivo si è svolto il 14 giugno a Bologna, all'Alma Graduate School, promosso dalla Fondazione per la Collaborazione tra i popoli di Prodi. Presenti i docenti africani, rappresentanti delle Nazioni Unite, dell'Unione europea, dell'Accademia di Scienze Sociali di Pechino e esperti della Università di Bologna.
Ora a New York i vertici del Palazzo di Vetro dovranno decidere se e come andare avanti per cercare di dare un futuro a questa road map per lo sviluppo del Sahel. Le ultime vicende di cronaca legate ai sanguinosi attentati di Mogadiscio, avranno di certo un peso nelle decisioni dell'Onu. Se questo progetto prenderà forma superando le perplessità e gli egoismi delle nazioni occidentali sarà davvero una cosa buona per il Sahel, e lo sarà per tutta l'Africa indirettamente.
Per un motivo molto semplice: il Sahel è oggetto di attenzione della comunità internazionale solo nelle emergenze: carestie e guerre che in queste aree si ripetono purtroppo ciclicamente. Ma mai finora si era parlato di sviluppo a medio e lungo termine. Il Piano di Prodi individua diversi settori e per ognuno di essi una serie di azioni e progetti da realizzare. I settori interessati sono: infrastrutture (strade,ferrovie, tlc), sviluppo agricolo e irrigazione, energia, formazione professionale e sanità. La lista delle cose da fare e' lunga e dettagliata. "Gli esperti – conclude Prodi – hanno lavorato seriamente e, mi sembra, bene. Insieme hanno elaborato una serie di idee e anche la proposta di un quadro finanziario, con cui attuare gli interventi che è un altro aspetto innovativo rispetto alla modalità tradizionale degli aiuti alla cooperazione.
Il Piano che ho presentato al segretario dell'Onu prevede difatti la creazione di un Fondo per lo sviluppo del Sahel che potra' essere finanziato in due modi: in modo tradizionale, con le risorse che i singoli paesi potranno attribuire al Fondo gestito dall'Onu, oppure direttamente, attraverso la realizzazione concreta da parte dei paesi donatori di opere contenute nel Piano di sviluppo. La Germania, ad esempio, potrà decidere di costruire da sola gli ospedali in un determinato Paese del Sahel, oppure potrà decidere di finanziare l'opera attraverso l'Onu". La gestione diretta significa un controllo maggiore sui costi. Un minor rischio di sperpero di denaro pubblico e di corruzione. Significa inoltre che il singolo paese donatore vedrà concretamente i frutti del proprio impegno e questo, alla lunga, potra' generare una concorrenza virtuosa tra i Paesi donatori".

sabato 22 giugno 2013

Le banche centrali di Usa e Cina: apprendisti stregoni?

da rampini.blogautore.repubblica.it

E’ tutto fabbricato dalle due banche centrali di Washington e Pechino, lo scossone di ieri sui mercati finanziari. In condizioni molto diverse, sia la Federal Reserve sia la banca centrale cinese stanno provando a “bucare” due bolle. In America la pompa della liquidità non si giustifica più alla luce della salute dell’economia reale, secondo Ben Bernanke, e l’eccesso di moneta aveva alimentato speculazioni pericolose (dai junk bond alle valute emergenti).
La Cina può essere sull’orlo di un replay del nostro 2008: la sua bolla creditizia e immobiliare si avvia verso un “credit crunch”, con le banche che non si fanno più credito fra loro. Anche a Pechino il detonatore è stato un intervento di politica monetaria per raffreddare il credito, probabilmente giunto troppo tardi e quando la bolla è ormai troppo grande per consentire un atterraggio indolore.
Analisi del New York Times in prima: la reazione di ieri sui mercati “sottolinea la fragilità globale”: manca all’appello la ripresa europea, quella americana non è così vigorosa come dovrebbe, gli emergenti frenano tutti assieme. Gli investitori non si sentono in grado di scommettere su un futuro senza “droga” monetaria.
Per il NYT la Fed “sta in equilibrio su una corda tesa come un trapezista”. E le sue azioni hanno ancora una influenza spropositata: “non è solo la banca centrale americana, è la banca centrale del pianeta”.
L’editoriale dello stesso quotidiano avanza il dubbio che la Fed abbia ritirato il suo sostegno troppo presto: tra l’altro una conseguenza delle mosse di Bernanke è il rapido rialzo dei tassi sui mutui, cioè la fine di uno dei motori della ripresa.
Il Washington Post sottolinea invece che “questo non è un altro 2008, “anche in mezzo al caos finanziario, l’economia reale americana continua la sua ripresa”.
Per il Wall Street Journal bisogna tenere d’occhio quel che accade in Cina per verificare la “determinazione” delle autorità a sgonfiare la bolla. Stop alla seconda locomotiva mondiale?
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mercoledì 19 giugno 2013

Unhcr, nel 2012 record di rifugiati

da www.lastampa.it

Sono state 45,2 milioni le persone costrette a vivere lontano da casa
Sono state oltre 45,2 milioni le persone costrette a vivere lontano dalla propria casa nel 2012, una cifra mai registrata negli ultimi 20 anni. “Nel 2012 abbiamo registrato il numero più alto di persone sfollate dal 1994”, anno del genocidio ruandese e della guerra nella ex Jugoslavia, ha sottolineato l’Alto Commissario Onu per i rifugiati (Unhcr) Antonio Guterres, durante una conferenza stampa.
Nel 2012 ogni 4,1 secondi una persona è stata costretta ad abbandonare la propria casa a causa della guerra o di altre emergenze, ha aggiunto Guterres, facendo registrare 7,6 milioni di nuovi rifugiati e sfollati. “Questi sono veramente numeri allarmanti - ha proseguito - rappresentano le sofferenze individuali su una vasta scala e rispecchiano le difficoltà della comunità internazione di prevenire conflitti e promuovere in tempo soluzioni”.
La cifra complessiva di 45,2 milioni include 28,8 milioni di sfollati interni, 15,4 milioni di rifugiati e 937.000 richiedenti asilio. “La guerra è la principale ragione di questo numero molto alto di rifugiati e sfollati interni - ha precisato Guterres - il 55% di loro arriva dalle situazioni ben note di Afghanistan, Somalia, Iraq, Sudan e Siria”. Il numero più alto di rifugiati arriva ancora dall’Afghanistan, una situazione immutata da 32 anni: nel mondo, un rifugiato su quattro è afgano.

“Ma i dati più drammatici sono quelli riguardanti i nuovi sfollati - ha denunciato Guterres - 7,6 milioni, uno ogni 4,1 secondi. Così ogni volta che battete le ciglia, un’altra persona è costretta a fuggire”. Di questi 7,6 milioni, 6,5 milioni sono sfollati interni e 1,1 milione rifugiati. E l’escalation di violenze in Siria non fa sperare bene neanche per il 2013, ha proseguito l’Alto Commissario, esortando la comunità internazionale ad alleviare il pesante fardello a carico della Giordania, ma anche del Libano, dove si trova ormai quasi il 20% della popolazione siriana. Sono circa 1,6 milione i profughi siriani presenti oggi in cinque paesi della regione, e l’Unhcr prevede che il numero dei rifugiati toccherà i 3,45 milioni (di cui un milione in Libano, un milione in Giordania, un milione in Turchia, 350.000 in Iraq e 100.000 in Egitto) entro la fine del 2013.

“Chi sostiene i rifugiati nel mondo? - ha quindi concluso Guterres - esenzialmente i Paesi in via di sviluppo”. Di fatto l’87% dei rifugiati del mondo sono infatti tutelati dai Paesi in via di sviluppo, rispetto al 70% di un decennio fa. “Quindi quando qualche volta discutiamo dei rifugiati in molti Paesi sviluppati, credo sia buono ricordare all’opinione pubblica di questi Paesi che i rifugiati non sono persone che fuggono da paesi poveri in paesi ricchi in cerca di condizioni di vita migliore”. Il Pakistan è il Paese che conta più rifugiati, pari a 1,6 milione, seguito da Iran, con 868.200, e Germania, con 589.700. Circa il 46% dei rifugiati ha meno di 18 anni.  

mercoledì 5 giugno 2013

I grandi alberi del mondo stanno morendo

moria-alberi-01.jpgPurtroppo arrivano notizie non buone: gli organismi viventi più grandi del pianeta, i grandi alberi secolari che ospitano e sostengono la vita di innumerevoli specie di uccelli e altri animali selvatici, stanno morendo.
Un rapporto stillato da tre ecologisti di fama mondiale e pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science mette in guardia su un aumento allarmante della moria di alberi di età compresa tra i 100 e i 300 anni in molte foreste del mondo, boschi, zone di allevamento e anche in alcune città.
“E’ un problema di tutto il mondo e sembra che stia succedendo nella maggior parte delle foreste”, scrive il prof. David Lindenmayer del Centre of Excellence for Environmental Decisions (CEED) e dell’Australian National University. “I grandi vecchi alberi sono fondamentali in molti degli ecosistemi planetari.
Diversi studi hanno evidenziato che le popolazioni di questi grandi alberi sono in rapido declino”, scrivono nella relazione Bill Laurance della James Cook University, in Australia, e il professor Jerry Franklindella Washington University.
“E’ urgente identificare e capire le cause di questa rapida moria di alberi secolari e le strategie per una migliore gestione delle nicchie ecologiche. Senza significativi cambiamenti politici, i grandi alberi antichi sono destinati a diminuire o a scomparire del tutto, con perdite significative nella biodiversità degli ecosistemi”.
Osservando la situazione planetaria, gli scienziati hanno trovato tendenze simili a tutte le latitudini del mondo, dallo Yosemite National Park in California, alla savana africana, dalle foreste pluviali del Brasile, alle foreste temperate d’Europe e quelle boreali del nord.
Le perdite dei grandi alberi sono state denunciate nei paesi a prevalente attività agricola e persino in alcune grandi città, nonostante ci sia una sforzo notevole per preservarli.
“Si tratta di una tendenza molto, molto inquietante. Stiamo parlando della perdita degli organismi viventi più grandi del pianeta, delle piante da fiore più grandi del pianeta, di organismi che svolgono un ruolo chiave nella regolazione biologica del nostro mondo”, dice il prof. Bill Laurance.
moria-alberi-02.jpg
L’articolo “Rapid Worldwide Declines of Large Old Trees” di  di David B. Lindenmayer, William F. Laurance e Jerry F. Franklin è pubblicato nell’ultimo numero della rivista Science.
I grandi alberi secolari svolgono un ruolo ecologico molto importante. Forniscono le cavità per la nidificazione e proteggono quasi il 30% di tutti gli uccelli e gli animali in alcuni ecosistemi. Essi incamerano enormi quantità di carbonio, riciclano i nutrienti del suolo, creano le condizioni che permettono a numerose altre forme di vita di prosperare e di influenzare il flusso di acqua nel territorio e il clima locale.
Il declino allarmante dei grandi alberi in così tanti tipi di foresta sembra essere guidata da una combinazione di fattori, tra cui le pratiche agricole, l’utilizzo degli incendi controllati, la raccolta del legno, l’attacco di alcuni tipi di parassiti e i rapidi cambiamenti climatici, spiega Franklin.
“Per esempio, lq popolazione dei grandi pini secolari nelle foreste secche del Nord America occidentale è diminuita drasticamente nel corso del secolo scorso a causa del disboscamento selettivo, incendi insolitamente gravi ed altre cause”.
I ricercatori hanno paragonato la perdita globale dei grandi alberi alla tragedia che ha già colpito i più grandi mammiferi del mondo, come gli elefanti, i rinoceronti, le tigri e le balene, segnalando che quasi in nessuna parte del pianeta sono stati avviati programmi di conservazione necessari per assicurare la sopravvivenza delle specie animali. E ora i grandi vegetali corrono lo stesso rischio.
Sarebbe necessario l’avvio urgente di un’indagine in tutto il mondo per valutare l’entità della perdita dei grandi alberi e di identificare le aree dove i grandi alberi abbiano una maggiore probabilità di sopravvivenza.
De ilnavigatorecurioso