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giovedì 21 novembre 2013

Europa capofila (e prima vittima) del riscaldamento globale

da www.ilsole24ore.com


Appuntamento al 2030 per le prime conseguenze irreversibili del disastro climatico planetario. E capofila sarà il Vecchio continente, che con le sue politiche ambientali controverse, dense di buone intenzioni ma dalla difficile sincronia con gli obiettivi di sviluppo, corre verso il baratro climatico a una velocità superiore del 25% rispetto al resto del mondo. Assegnando a tutti i paesi dell'Unione, Italia compresa, un futuro minato da tifoni e uragani come quello che ha appena colpito la Sardegna, con frequenza crescente e con conseguenze immancabilmente più devastanti.
È uno scenario decisamente apocalittico quello disegnato dalle risultanze del progetto europeo Impact2c, che ci viene proposto con sinistra autorevolezza. È infatti finanziato direttamente della commissione Ue e affidato ad un team di esperti di 130 centri di ricerca internazionali, tra cui l'italianissimo Enea.
I margini di manovra
Domanda: possiamo far qualcosa per annullare o almeno mitigare questo processo? Una risposta netta non c'è. Ma un caldo invito sì: dobbiamo provarci. Se non altro per rallentare la corsa al disastro. Il monito è evidente: la terra raggiungerà la soglia critica dei 2 gradi centigradi di aumento delle temperature medie indicata come il possibile punto di non ritorno degli sconvolgimenti climatici in un arco di tempo che va appunto tra il 2030 e il 2050, a seconda dell'interazione tra il trend naturale e le misure che sapremmo mettere in campo per rimediare almeno in parte ai disastri provocati dall'uomo. Concentrandoci in particolare sul nemico pubblico numero uno: le emissioni di anidride carbonica. Che vedono come protagoniste e vittime al tempo stesso l'energia, l'agricoltura, la salute, la gestione delle acque.
Eventi estremi
Certo è che l'Europa doppierà i due nefasti gradi di aumento delle temperature medie in anticipo rispetto alla media mondiale, raggiungendo la soglia del baratro quando il resto del mondo sarà ancora a +1,5 gradi. Le conseguenze - spiega Paolo Ruti, responsabile del laboratorio di modellistica climatica e impatti dell'Enea - saranno diverse tra il Nord e il Sud dell'Europa. Avremo «periodi di siccità più forti e intensi nella fascia mediterranea in estate, ma anche un aumento delle precipitazioni in inverno sulla Scandinavia e sulle coste britanniche». E anche l'impatto delle emissioni di anidride carbonica sarà diverso. «La Co2 è anche un fertilizzante. Dunque nel Nord Europa alcune produzioni agricole saranno paradossalmente favorite, mentre il sud avrà problemi con le coltivazioni estive a causa dell'aumento dei giorni di siccità e delle temperature elevate. In Italia la produzione agricola ne risentirà soprattutto per l'aspetto qualitativo».
Inevitabile il rischio che i super-scienziati artefici del rapporto si procurino l'accusa di catastrofismo, visto il dibattito imperante (e davvero poco consolatorio) tra gli allarmisti e i negazionisti degli sconvolgimenti climatici, con le due fazioni abbondantemente armate di esperti di più o meno chiara fama. In ogni caso l'obiettivo del progetto è quello di «dare informazioni utili a chi deve pianificare gestire il territorio», ammonisce Ruti.
La scala delle priorità
Bisogna lavorare su alcune evidenti priorità, consiglia caldamente Daniela Jacob, coordinatrice del progetto Impact2C e già coautrice dell'ultimo rapporto di valutazione dell'Ipcc, l'Intergovernmental panel of climate change, il gruppo in intergovernativa mondiale di analisti, autore del rapporto di monitoraggio continuo sui disastri ambientali e sulle sue cause, che rappresenta la matrice del dibattito di settore. Il primo passo? «L'individuazione - spiega Daniela Jacob - delle aree europee più impreparate al cambiamento climatico» con una particolare attenzione «a quelle che finora non hanno mai dovuto fronteggiare eventi climatici estremi». Il riferimento all'Italia è implicito.
Inutile incrociare le dita. Anche perché gli scienziati che disegnano uno scenario catastrofico stanno diventando un esercito ben qualificato. Prendiamo, solo per fare un esempio, l'ultimo rapporto annuale dell'Aie, l'Agenzia internazionale per l'energia che ha base a Parigi. Il suo monito conferma in pieno l'altolà di cui abbiamo appena parlato. Per contenere i danni e ridurre il riscaldamento globale non basta certo - sostiene l'Aie - l'attuale impegno nello sviluppo dell'energia rinnovabile. Al trend attuale le emissioni di gas a effetto serra legate all'energia sono destinate ad aumentare del 20% entro il 2035. E già ora possiamo traguardare un esito climatico ancora più catastrofico rispetto a quello attribuito al superamento della soglia dei 2 gradi di aumento delle temperature. Con una proiezione: nel lungo periodo il decollo della colonnina di mercurio segnerà addirittura +3,6 gradi.

martedì 12 novembre 2013

Cambiamento climatico, al via i negoziati per un nuovo accordo mondiale

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  12 novembre 2013  alle  6:00.

I rappresentanti di 190 paesi sono riuniti da ieri in per due settimane di negoziati per siglare un nuovo accordo mondiale sul .africadonneclima
Nonostante i recenti avvertimenti dell’Organizzazione meteorologica mondiale (), agenzia delle , sui livelli record raggiunti nel 2012 dai gas ad effetto serra, gli analisti ritengono che saranno insufficienti o nulli i progressi per invertire questa tendenza.
L’ auspica l’applicazione di un nuovo accordo entro il 2015.
I piani che saranno presentati permetteranno ai paesi partecipanti di fissare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, e questi saranno oggetto di riesame da parte delle altre nazioni.
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (), le possibilità di mantenere nel XXI secolo il riscaldamento globale a +2ºC diminuiscono “in modo significativo”.

venerdì 18 ottobre 2013

L'Arabia Saudita eletta nel Consiglio di sicurezza Onu

da www.asianews.it

ARABIA SAUDITA - ONU
La nuova carica, non permanente, darà alla monarchia saudita maggiori responsabilità sulla situazione in Medio Oriente, soprattutto sulla guerra in Siria. In segno di protesta contro il Consiglio di sicurezza, Riyadh ha rifiutato il seggio. Il regno sostiene accusa la doppia morale del Consiglio che non è in grado di porre fine ai conflitti in Medio Oriente.


New York (AsiaNews/Agenzie) - Per la prima volta nella storia, l'Arabia Saudita entra a far parte dei membri non permanenti nel Consiglio di sicurezza Onu, insieme a Chad, Cile, Lituania e Nigeria. La votazione si è tenuta ieri a News York nella sede dell'Onu, ma il ministero degli Esteri saudita ha annunciato il rifiuto del seggio, sostenendo la monarchia accetterà la sua carica solo quando vi sarà una sostanziale modifica del regolamento del Consiglio di sicurezza. Sotto accusa è l'attuale sistema di veto, che ha permesso alla Russia e alla Cina, membri del Consiglio permamente, di evitare l'incriminazione di Bashar al-Assad e quindi un'azione armata in Siria.
I nuovi eletti sostituiscono Azerbaijan, Guatemala, Pakistan e Togo. Il lavoro dei nuovi entrati inizierà il primo gennaio e durerà per i prossimi due anni.  Con la conquista del seggio la monarchia saudita avrebbe avuto maggiori responsabilità sulle questioni regionali del Medio Oriente, soprattutto sulla situazione siriana. Da mesi il governo saudita spinge per inviare armi ai ribelli, nonostante i tentativi dei Paesi occidentali e della Russia di cercare una soluzione diplomatica del conflitto. Dopo l'elezione il governo saudita ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di cambiare la sua posizione sulla Siria e che continuerà a sostenere la ribellione armata.
Tali divergenze non hanno però impedito a Bashar Jaafari, ambasciatore della Siria all'Onu, di congratularsi al momento della elezione con il suo omologo saudita Abdallah al-Moullimi, che ha commentato: "Apprezzo la sua iniziativa. Mi auguro che in futuro i nostri due Paesi possano lavorare insieme". 

lunedì 30 settembre 2013

Anche Grenada e Haiti riconoscono lo Stato di Palestina

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  30 settembre 2013  alle  7:00.

e hanno ufficialmente riconosciuto lo Stato di Palestina in una cerimonia nel fine settimana presso la sede delle Nazioni Unite a .islandapalestina
Il ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (), Riyad al-Maliki, ha firmato accordi separati con i suoi omologhi grenadino e haitiano per stabilire relazioni diplomatiche.
“Questo riconoscimento evidenzia la collettiva approvazione internazionale dei diritti dei palestinesi (…) È un nuovo successo per la diplomazia palestinese”, ha detto al-Maliki all’agenzia di notizie palestinese Ma’an.
Grenada e Haiti si sommano agli oltre 130 paesi che mantengono relazioni diplomatiche e riconoscono lo Stato di Palestina.
Nel 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a grande maggioranza una risoluzione per qualificare l’Anp “Stato non membro” presso le Nazioni Unite.
In Europa la Repubblica Ceca è stato l’unica nazione, unendosi a Stati Uniti, , Canada, , Nauru, Palau e Mocronesia, a votare contro la misura.

mercoledì 25 settembre 2013

Rohani all'Onu: sì ai negoziati sul nucleare. Svolta sulla Shoah: «Crimine contro gli ebrei»

da www.ilsole24ore.com


Hassan Rohani (Reuters)Hassan Rohani (Reuters)
L'Iran è pronto al dialogo, per «avviare negoziati» sul proprio programma nucleare. Ad una condizione: niente diktat, perché sciogliere il nodo con delle imposizioni sarebbe «irrealistico, un'illusione». È l'impegno garantito da Hassan Rohani nel suo primo intervento all'Assemblea Generale dell'Onu.
«L'Iran non è una minaccia»
Il neo presidente iraniano debutta sul grande palcoscenico internazionale così come era nelle attese: lanciando un chiaro segnale di distensione verso gli Stati Uniti e le potenze occidentali. L'immagine che cerca di dare del suo Paese è diversa da quella diffusa finora: «L'Iran non rappresenta una minaccia per il mondo», e neppure per la regione in cui si trova, assicura davanti ai delegati delle Nazioni Unite. Solo le sedie di Israele sono rimaste vuote, come previsto. Assenti "giustificati" il segretario di Stato John Kerry e l'ambasciatrice all'Onu Samantha Power, impegnati in un incontro con il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov sulla Siria.
Svolta sulla Shoah: «Fu crimine contro gli ebrei»
I tempi in cui Ahmadinejad dal Palazzo di Vetro infiammava gli animi con le sue provocazioni sembrano lontani. In una intervista alla Cnn, arriva la svolta sull'Olocausto: «È stato un grande crimine compiuto dai nazisti sugli ebrei», ha riconosciuto il neopresidente iraniano, sconfessando la linea negazionista del suo predecessore.
Niente faccia a faccia con Obama
Il nuovo leader iraniano era atteso all'Onu come una star, e non delude le attese, anche se non fa nessuna proposta concreta. Tende la mano, ma spiazza la Casa Bianca nel rinunciare a un faccia a faccia col presidente Barack Obama a cui Washington lavorava da giorni: «Troppo complicato per gli iraniani in questo momento», spiega una fonte dell'amministrazione americana. «Poco tempo per preparare l'incontro», sottolineerà lo stesso Rohani. Che a sorpresa, però, ha avuto un colloquio con il capo di Stato francese, Hollande, per «scambiare vedute» sulle principali questioni mediorientali.
La "benedizione" dell'Ayatollah: ha autorizzato a negoziare
Nel prendere la parola, il nuovo presidente di Teheran parla con calma, anche se con tono determinato. Ha ascoltato con attenzione le parole pronunciate poche ore prima proprio da Obama, e prova a tendere la mano: «Si può arrivare a un accordo quadro per superare le nostre differenze», afferma. Del resto, spiegherà poi sempre alla Cnn, «sono stato autorizzato a negoziare con gli Stati Uniti direttamente dal leader supremo, l'Ayatollah Alì Khamenei».
«Ora collaborazione. Il nucleare? Programma pacifico»
Poi, le assicurazioni sul fronte del programma nucleare iraniano: «È un programma assolutamente ed esclusivamente pacifico». E le armi nucleari e di distruzione di massa, assicura, «non hanno spazio nella dottrina della sicurezza del nostro Paese, oltre ad essere contrarie alla nostra religione e alla nostra morale». Per questo Rohani sottolinea come l'atteggiamento fin qui tenuto dalla comunità internazionale sia di fatto sbagliato: «Le sanzioni contro di noi sono pura e semplice violenza», afferma.
Quello che serve, ha dichiarato Rohani, è «rispetto e collaborazione». «Dobbiamo lavorare insieme», è l'appello del neo presidente iraniano, «perché solo così potremo affrontare le sfide che abbiamo di fronte». E comunque l'Iran - aggiungerà più tardi in tv, «ha il diritto di sviluppare il nucleare pacifico». Se l'Iran passerà dalle parole ai fatti, come chiesto dal presidente Usa, lo si vedrà nelle prossime settimane. Ma l'opportunità storica per una svolta nelle relazioni tra Teheran e il mondo occidentale - come l'ha definita il capo della diplomazia iraniana Mohamad Javad Zarif - potrebbe essere a portata di mano.
Israele scettico: discorso cinico e ipocrita
Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha definito «cinico» il discorso pronunciato in serata all'Onu dal presidente iraniano Hassan Rohani, dicendosi convinto che l'Iran tenta di guadagnare tempo e non intende porre un termine al programma nucleare militare. «È stato un intervento cinico pieno di ipocrisia - ha detto il premier israeliano -. Non c'è nessun suggerimento pratico per fermare il programma militare nucleare dell'Iran e nessun impegno per rispettare le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. È esattamente il piano iraniano, parlare e guadagnare tempo per migliorare le capacità dell'Iran per ottenere le armi nucleari».


giovedì 5 settembre 2013

Siria, bond e squilibri economici: parte il G20 di San Pietroburgo

da www.asianews.it

RUSSIA – G20 – ASIA

Le economie di Stati Uniti, Europa e Giappone hanno ripreso a crescere; ma le nazioni in via di sviluppo rallentano a causa delle politiche della Fed. Sull’intervento armato contro Damasco il mondo si spacca e Washington sembra rimanere sola. Il summit dei 20 Grandi dipinge un pianeta sempre più diviso.


San Pietroburgo (AsiaNews/Agenzie) - La crescita economica nel mondo sviluppato, i problemi finanziari delle nazioni emergenti e l'intervento armato in Siria sono i temi che domineranno gli incontri del G20 che si apre questa mattina in Russia. I leader delle 20 economie più sviluppate al mondo sono più fiduciosi riguardo i propri sistemi bancari, e Stati Uniti, Europa e Giappone hanno finalmente ripreso a crescere.
Ma c'è timore per le nazioni emergenti, che per anni hanno aiutato la ripresa dell'economia globale: la loro crescita rallenta, il denaro degli investitori sta cambiando direzione e i costi per ottenere prestiti crescono, anche a causa dei maggiori tassi di interesse imposti negli Stati Uniti. Il risultato è un mondo molto più diviso rispetto a quello degli ultimi summit del Gruppo: una disparità che potrebbe portare a conseguenze inaspettate.
Oltre all'economia ci sono diverse questioni che si imporranno sull'agenda degli incontri. Una di queste è la minaccia di un attacco militare guidato dagli Usa contro la Siria in risposta a quelli che l'amministrazione Obama ha definito "attacchi chimici mortali" sul territorio nazionale. Il presidente russo Vladimir Putin, alleato del presidente siriano Bashar al Assad e ospite dell'incontro internazionale, ha chiesto a Obama di riconsiderare l'azione militare. Alcune nazioni potrebbero anche presentare le proprie lamentele riguardo allo spionaggio compiuto dalla Nsa, l'Amministrazione per la sicurezza nazionale americana.
I problemi che stanno colpendo Paesi emergenti come India, Indonesia e Turchia presentano poi una sfida fondamentale. Tali problemi derivano in parte dalle aspettative sul comportamento della Federal Reserve, che presto dovrà rallentare i suoi acquisti di obbligazioni mensili. Gli acquisti di obbligazioni sono stati concepiti per mantenere i tassi di debito americani a livelli bassissimi per stimolare la crescita. Di conseguenza, i tassi Usa a lungo termine sono aumentati in attesa che la Fed rallenti il suo acquisto di bond. Questi tassi più elevati, a loro volta, hanno spinto gli investitori a portare il proprio denaro via dai Paesi in via di sviluppo per investirli in beni degli Stati Uniti. Questo ha provocato uno shock valutario: la rupia indiana, la rupia indonesiana e il reale del Brasile, tra gli altri, sono crollati. La rupia ha toccato il minimo storico contro il dollaro la settimana scorsa.
A causa di tutto ciò, i leader del G20 saranno chiamati a rispondere alle preoccupazioni dei Paesi in via di sviluppo nella loro dichiarazione finale. Zhu Guangyao, vice ministro cinese delle Finanze, dice che gli Stati Uniti "devono considerare l'effetto di ricaduta" provocato dal rallentamento del piano di acquisto di bond: "Anche se è solo un piano o un pensiero, è necessario avere più comunicazione". La Cina non è così vulnerabile alle politiche della Fed come gli altri Paesi, dato che limita la capacità della sua moneta di fluttuare e ha sigillato il suo sistema finanziario dai flussi dei capitali globali.

martedì 3 settembre 2013

Alto commissario Onu: Lo Sri Lanka si avvia verso l’autoritarismo

da www.asianews.it

SRI LANKA
di Melani Manel Perera
Navi Pillay, a capo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) ha espresso le sue preoccupazioni in conclusione di una visita ufficiale nel Paese. Il governo ha concesso alla Pillay di muoversi liberamente sul territorio, ma sacerdoti e attivisti le hanno riferito delle minacce continue che ricevono. L’incontro con alcuni familiari di persone "scomparse nel nulla".


Colombo (AsiaNews) - "Lo Sri Lanka sta diventando uno Stato autoritario": ad affermarlo è Navi Pillay, Alto commissario per i Diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc), al termine di una visita ufficiale nel Paese asiatico durata una settimana. Durante una conferenza tenuta il 30 agosto scorso, la politica di origine srilankese ha rivelato che il governo le ha concesso di farle visitare alcune zone del Paese, come lei stessa aveva invece annunciato di voler fare.
"Sono profondamente preoccupata - ha spiegato - per lo Sri Lanka, che nonostante le opportunità avute dalla fine della guerra per costruire uno Stato nuovo, vibrante e aperto a tutti dà segnali di dirigersi verso un crescente autoritarismo". Oltretutto, ha aggiunto, "anche la libertà d'espressione è a rischio, e molti giornalisti mi hanno raccontato di autocensurarsi per timore di ritorsioni".
L'Alto commissario Onu si è poi definita "molto disturbata dalle notizie di intimidazioni contro attivisti e sacerdoti" incontrati durante la sua visita. Parlando della ricostruzione di alcune zone nel nordest del Paese - le aree più colpite dalla guerra civile - la Pillay ha precisato che "la sola ricostruzione fisica non porterà riconciliazione, dignità o pace duratura".
Nella serata del 30 agosto l'Alto commissario ha partecipato a una commemorazione per le persone scomparse dal conflitto a oggi, di cui si sono perse le tracce, incontrando oltre 500 familiari (v. foto). Alle persone intervenute la Pillay ha detto: "Il dolore e l'angoscia di famiglie come voi non sono paragonabili a quelle di nessun altro. [...] Gli anni passati in attesa di riunirsi con i propri cari, o di sapere a che destino sono andati incontro, è un'agonia che tormenta giorno dopo giorno e non ha fine".

giovedì 29 agosto 2013

L'Australia, senza crisi e guerre, vince ancora. Melbourne per il terzo anno consecutivo è la città più vivibile al mondo

da www.ilsole24ore.com


(Corbis)(Corbis)
Per stare bene bisogna emigrare nell'emisfero australe, o per chi non vuole fare un viaggio così lungo, basta attraversare il confine e raggiungere la vicina Austria. E' infatti senza sorprese la classifica 2013 stilata dall'Economist Intelligence Unit's (EIU) che analizza, dal 2008, la vivibilità di 140 città nel mondo.
Nelle prime dieci posizioni ci sono 4 città australiane, Melbourne in testa per il terzo anno consecutivo, una neozelandese, Auckland, la piccola Vienna al secondo posto, tre città canadesi, Vancouver, Toronto, Calgary e solo un'altra località del Nord, l'altra europea Helsinki.
Secondo i criteri utilizzati dalla ricerca stabilità politica, sanità, cultura e ambiente, educazione e infrastrutture le città coinvolte nelle primavere arabe o che vivono guerre civili Teheran, Douala, Tripoli, Karachi, Algeri, Harare, Port Moresby, Dacca e Damasco hanno ottenuto i punteggi più bassi, come pure alcune città europee, Madrid e Atene, che sono state le piazze più coinvolte da disordini e proteste a causa della crisi economica. La placida capitale slovacca Bratislava invece guadagna posizioni e ed è stata piazzata al 63 ° posto in classifica.
L'Australia è stata nuovamente premiata per aver ottenuto degli ottimi punteggi per:
1- la scarsa densità di popolazione: su un territorio di 7.682.400 km quadrati vivono poco più di 22 milioni di abitanti, pari a 2,88 persone per km quadrato (la loro politica sull'immigrazione è particolarmente selettiva). Per fare un paragone in Italia la media è 202 abitanti per km quadrato.
2 - violenza contenuta: a Melbourne ci sono 2,7 omicidi ogni 100.000 abitanti contro i 6,4 della città di New York
3 - i massicci investimenti nelle infrastrutture: nel 2010 il governo federale ha varato un piano a lungo termine per implementare strade e autostrade
4 - l'organizzazione efficiente delle città: la politica locale pur non trascurando servizi e divertimenti offerti ai cittadini ha saputo organizzare e preservare il territorio al meglio.

giovedì 22 agosto 2013

Onu, no di Russia e Cina all'inchiesta sull'uso di armi chimiche in Siria. Parigi: agire anche senza Onu

da www.ilsole24ore.com

Onu, no di Russia e Cina all'inchiesta sull'uso di armi chimiche in Siria. Parigi: agire anche senza Onu
I militari del presidente siriano Bashar al-Assad hanno bombardato all'alba i sobborghi di Damasco sotto il controllo dei ribelli. Lo hanno riferito fonti dell'opposizione citate dalla tv satellitare al-Jazeera, dopo l'attacco chimico da 1.300 morti di ieri. I sobborghi raggiunti da razzi e colpo di artiglieria pesante, tutti a est di Damasco, sono Joba, Zamalka e Qaboun.
No di Cina e Russia all'inchiesta
Sulla strage di ieri sono tornati i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, chiedendo di "fare luce" sulle accuse di utilizzo di armi chimiche nella zona di Damasco. Il Consiglio, riunitosi ieri sera a New York, non ha però trovato l'accordo sull'avvio di un'inchiesta per il no dei membri permanenti Cina e Russia. L'opposizione siriana accusa il regime di Assad di aver fatto uso di gas nervino, e ha pubblicato fotografie e video di centinaia di vittime. L'accusa è stata respinta con indignazione dal regime, che ha denunciato un «complotto» per influenzare gli ispettori.
La smentita di Damasco trova l'appoggio dell'Iran. «Se le informazioni riguardanti l'uso di armi chimiche fossero esatte, allora certamente saranno state utilizzate dai gruppi terroristici che hanno dimostrato di non esitare davanti a qualunque crimine», ha affermato il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, in una dichiarazione riportata dall'agenzia di Stato Irna.
Bonino: serve chiarezza
Il ministro degli Esteri Emma Bonino insiste sull'urgenza di «fare chiarezza». Intervistata dal programma di RadioUno«Prima di tutto», il capo della Farnesina ha auspicato l'avvio di un indagine sull'uso di armi chimiche a Damasco: «Il regime e i russi ne danno tutt'altra versione, più o meno interessata; da subito ci siamo mossi perché gli ispettori dell'Onu che sono a Damasco siano autorizzati ad un'immediata inchiesta su questo episodio, è importante capire da un'organizzazione terza quale sia la reale situazione e cosa sia veramente successo».
La Francia
Sulla stessa lunghezza d'onda il suo omologo al governo francese, Laurent Fabius, che ha chiesto una «reazione forte« della comunità interazionale se la versione dei ribelli dovesse essere confermata. Se il consiglio di sicurezza dell'Onu non fosse in grado di prendere una decisione sui presunti attacchi con armi chimiche in Siria, le decisioni dovrebbero essere prese «in altri modi». Lo ha detto in tv il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, aggiungendo che «non è in discussione di mandare truppe sul campo».

sabato 10 agosto 2013

Egitto: appello Ban a riconciliazione

da www.ansa.it

Ad autorità e manifestanti, "evitare provocazioni"

10 agosto, 08:39

Egitto: appello Ban a riconciliazione (ANSA) - NEW YORK, 10 AGO - Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha lanciato un appello alla non-violenza e alla riconciliazione in Egitto al fine di evitare un nuovo bagno di sangue. Il segretario generale ritiene "essenziale che tutti gli egiziani coinvolti - le autorità come i manifestanti - riconsiderino con urgenza le loro azioni e le loro dichiarazioni" che potrebbero essere "percepite da altri come provocatrici".

mercoledì 7 agosto 2013

Così si rigenera la metastasi al-Qaeda

da www.ilsole24ore.com


Perché al-Qaeda è ancora una minaccia, 25 anni dopo la sua fondazione a Peshawar nell'88 e a 12 anni dall'11 settembre? Nonostante l'uccisione di Osama bin Laden nel maggio 2011 ad Abbottabad e l'eliminazione del 75% dei capi in Afghanistan e Pakistan con la guerra dei droni, al-Qaeda sembra rinascere ogni volta come una metastasi sempre più estesa che ha spostato il centro di gravità nella penisola arabica e in Nordafrica.
È attivissima con gli attentati in Iraq nella guerra civile tra sciiti e sunniti, in Siria, in Yemen, in Libia, in Mali e ora anche in Tunisia - pericolosa novità - senza contare i gruppi affiliati come gli Shabab somali, i Boko Haram nigeriani, i jihadisti del Sinai.
La lista del terrore e della guerriglia islamica è lunga, a volte sorprendente. In ufficio alle spalle dell'Hotel Hilton al Cairo Abdel Fattah Nabil Naimi gestisce una delle sue attività: un'agenzia di viaggi per la Mecca e nei Territori palestinesi. Naimi è il fondatore della Jihad islamica in Egitto, l'organizzatore dell'assassinio di Sadat nell'81, ha combattuto in Afghanistan e Yemen: un amico di vecchia data di Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano successore di Osama, con cui intrattiene ancora un'interessante corrispondenza. «Molte cose ci hanno unito, ora altre ci dividono: ho scritto ad Ayman che inviare guerriglieri contro Assad è un errore, frantumerà ulteriormente il mondo musulmano e lo renderà ancora più vulnerabile ai progetti di Stati Uniti e Israele».
La Siria è uno dei campi di battaglia di al-Qaeda, che tenta di monopolizzare la lotta dei ribelli e saldarla a quella dei sunniti iracheni. «È paradossale - sottolinea il corpulento e barbuto Naimi - che mentre gli Stati Uniti combattono ovunque al-Qaeda, in Siria vogliano abbattere un regime che lotta contro il loro peggiore nemico».
Il gesuita Paolo Dall'Oglio, secondo quanto affermato ieri dal ministro degli Esteri Emma Bonino, è stato sequestrato dall'organizzazione "Stato islamico dell'Iraq e del Levante", presentata dal suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi, come un movimento unitario con i siriani del Fronte Jabat al-Nusra. Al-Baghdadi ha dichiarato che il suo gruppo iracheno - collegato ad al-Qaeda - ha addestrato e finanziato i combattenti di al-Nusra fin dall'inizio della rivolta siriana, due anni fa.
Ma dov'era l'intelligence americana e occidentale quando gli arabi e la Turchia puntavano ad abbattere Assad in pochi mesi con un'operazione dai contorni spericolati? Anche se al-Qaeda è assai meno letale che in passato il suo ramo propaganda al-Sahab (Le Nuvole) si dimostra ancora efficace nel reclutamento di potenziali sostenitori, decisamente abile a presentare sul web la guerra dei droni come attacchi indiscriminati contro i musulmani. Eppure sono proprio i musulmani a costituire l'85% delle vittime di al-Qaeda e degli affiliati: una galassia con opinioni diverse su strategie e tattiche, compresa l'annosa questione se sia accettabile o meno uccidere musulmani innocenti con attacchi suicidi.
Gli Stati Uniti oggi combattono un nemico non meno sfuggente che in passato, disperso su un territorio vastissimo, dal Mediterraneo all'Asia centrale, dal Nordafrica alla penisola arabica; hanno ingaggiato guerre sanguinose e logoranti in Afghanistan e Iraq, investono miliardi dollari nei droni e in operazioni di intelligence ma non hanno ancora vinto la guerra al terrorismo. Non per inefficienza tecnologica ma perché è mancata la risposta politica sul terreno oppure è arrivata in ritardo, quando la fine dei dittatori ha seguito copioni improvvisati che ora sono già ingialliti nella contro-primavera araba.

giovedì 11 luglio 2013

L’Onu costituisce un nuovo Forum per ampliare gli sforzi sullo sviluppo sostenibile

da www.greenreport.it

[10 luglio 2013]
Rio03
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite pensa ad un nuovo Forum per dare maggiore impulso alle politiche di sviluppo sostenibile.
L’organismo sostituirà la Commissione delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (che si è formata dopo il Vertice sulla Terra del 1992), per aumentare gli sforzi per affrontare le sfide economiche, sociali e ambientali globali.
Il Forum si riunirà annualmente a livello ministeriale sotto gli auspici del Consiglio Economico e Sociale (Ecosoc) e ogni quattro anni, riunirà i capi di Stato.
Nella risoluzione adottata dall’Assemblea si sottolinea la necessità di un quadro istituzionale migliore e più efficace per lo sviluppo sostenibile, che il nuovo Forum dovrebbe essere in grado di fornire attraverso l’adozione di “una piattaforma dinamica” e di una nuova impostazione dell’agenda.
La decisione fa seguito a una raccomandazione di “Il futuro che vogliamo”, il documento finale della Conferenza delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, nota come Rio +20.
«Aver impostato il Forum segna un importante passo avanti nella realizzazione di “Il futuro che vogliamo” -ha dichiarato il segretario generale Ban Ki-moon- Il Forum può fornire la leadership politica e orientare all’azione che dobbiamo seguire in tutte le raccomandazioni di Rio e di affrontare le sfide economiche, sociali e ambientali globali urgenti».
Il nuovo organismo inoltre ha il compito di dare conto dei progressi compiuti nella realizzazione degli impegni per lo sviluppo sostenibile e promuovere l’integrazione delle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile – economico, sociale e ambientale.
«Non stiamo facendo abbastanza per affrontare le sfide fondamentali del nostro tempo» ha sottolineato all’Assemblea generale il presidente Vuk Jeremia, ovvero «dare fine alla povertà estrema in questa generazione e ridurre in modo significativo il divario globale tra ricchi e poveri, senza infliggere danni irreparabili all’ambiente per la nostra sopravvivenza. Il nuovo Forum deve essere più di un semplice luogo di incontro, deve essere il luogo in cui i paesi e la società civile generano la spinta per il cambiamento».
La prima riunione del Forum si terrà nel mese di settembre, durante la prossima Assemblea generale.

mercoledì 10 luglio 2013

Cercasi locomotiva del mondo

da www.ilsole24ore.com


Cercasi locomotiva del mondo
Cercasi disperatamente la locomotiva del mondo: questo è l'allarme che arriva dalla lettura dell'ultimo outlook del Fondo monetario internazionale. Gli Usa frenano (taglio dello-0,2% rispetto alle stime di aprile) come pure l'eurozona, la Cina, il Brasile con la sola eccezione del Giappone. Anche la Germania frena (-0,3% rispetto alla stima di aprile) e questo è il segnale che non si trovano locomotive globali né tra i paesi sviluppati né tra quelli emergenti.
Negli Usa la stretta fiscale legata ai tagli automatici del cosiddetto 'sequester' ha frenato il miglioramento della domanda privata, con una crescita attesa pari all'1,75% circa nel 2013, meno di quanto stimato ad aprile, e al 2,75% nel 2014. Ciò che manca all'appello è la forza e l'ottimismo del consumatore americano che trascinava l'economia globale sulle sue spalle. Ora non è più così e la Cina, seconda economia del mondo, non è ancora capace di sostituire l'America in questo compito, impegnata com'è ad evitare - come ricordato dal chief economist del Fondo Olivier Blanchard nel corso della conferenza stampa - un brusco atterraggio, visto gli eccessi di investimenti e la scarsità dei consumi interni. Senza dimenticare il rischio di una bolla immobiliare.
Dell'eurozona meglio non parlarne, definita dall'Fmi come una zona caratterizzata da «un notevole indebolimento della domanda interna» e dal «protrarsi della recessione». L'eurozona deve rimboccarsi le maniche e portare avanti l'unione bancaria al più presto possibile per far ripartire il credito alle imprese, soprattutto alle Pmi. dei paesi mediterranei.
Gli emergenti sono fuori gioco., visto che l'Fmi li ricorda solo per rammentare che aggiungono nuovi elmenti di criticità alla previsione globale: il fattore più recente sottolineato dall'istituto di Washington é infatti la «crescita più lenta in diversi mercati emergenti chiave». Mercati colpiti dall'annuncio dell'uscita degli Usa dalla politica monetaria accomodante (Q.E.) che «ha generato un flusso di capitali alla rovescia», verso cioè i porti sicuri dei Treasury bill americani tornatia tassi interessanti di rendimento.
Riviste al rialzo le previsioni sul Giappone della Abenomics, destinato a crescere del 2% nel 2013, grazie alle politiche espansive della banca centrale, e dell'1,25% circa nel 2014. Ma certamente il Giappone non basta a far ripartire l'economia globale.

domenica 23 giugno 2013

Una road map per lo sviluppo del Sahel. All'Onu il piano di Prodi

da www.ilsole24ore.com


Il Sahel è una vasta area geografica che attraversa l'Africa da un capo all'altro, toccando una decina di paesi lungo la sua sterminata fascia desertica. (Corbis)Il Sahel è una vasta area geografica che attraversa l'Africa da un capo all'altro, toccando una decina di paesi lungo la sua sterminata fascia desertica. (Corbis)
Sviluppo è la parola che più di altre può dare significato alla pace. Dall'idea di promuovere un piano internazionale di sviluppo in una delle aree più povere e martoriate del mondo, il Sahel, parte l'iniziativa del segretario dell'Onu Ban Ki-Moon di nominare Romano Prodi, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel, lo scorso 11 ottobre. L'impegno dell'ex premier ed ex presidente della Commissione europea, èarrivato a un punto focale: il 26 giugno la sua proposta verrà presentata da Ban al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con il professore presente.
Il Sahel è una vasta area geografica che attraversa l'Africa da un capo all'altro, toccando una decina di paesi lungo la sua sterminata fascia desertica. Parte dal Senegal e si spinge fino alla Somalia, attraversando Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia. Se le previsioni di Fmi e Banca Mondiale parlano di una crescita economica impetuosa dell'Africa subshariana, da Tigri asiatiche, nelle prossime due generazioni, il Sahel è l'unica area cuscinetto che resta fuori da tutte le stime. Un buco nero. Il buco nero del mondo. Per tanti motivi. Legati all'instabilità politica, alla corruzione, al clima desertico, all'arretratezza delle economie, ai traffici internazionali di esseri umani e di droga che passano per il Sahel, in direzione Europa, e hanno tutto da guadagnare dal perpetuarsi di regimi deboli e autocratici.
Il primo obiettivo delle politiche dell'Onu è quello di superare la crisi del Mali, tuttora in corso, e più in generale, stabilizzare l'area più in generale: l'attentato alla sede Onu di Mogadiscio da parte degli islamisti, pochi giorni fa, dimostra ancora una volta quanto sia debole la pace. Da qui la proposta di lanciare un Programma internazionale di sviluppo, con un fondo ad hoc, che ha mosso i vertici delle Nazioni Unite e che ha impegnato Prodi in questi mesi tra Africa, Europa, Stati Uniti, Cina.
La cosa nuova di questo piano è che non stato calato dall'alto delle organizzazioni internazionali, ma ha avuto un percorso inverso.
Il lavoro del professore è partito dal basso, dai Paesi interessati: sono stati coinvolti i centri di ricerca africani, le università e gli esperti locali per cercare di identificare le priorita' e le necessità di questi Paesi. Sono stati anche coinvolti i potenziali paesi donatori per cercare il loro sostegno e condividere il progetto. "Sono molto soddisfatto del lavoro fato finora – commenta Prodi – soprattutto perché i docenti africani e gli esperti hanno individuato i progetti. Sono loro che hanno definito le priorità e le cose da fare, di cui hanno bisogno per lo sviluppo". Sei professori africani sono stati i capigruppo del progetto che ha portato alla redazione del Piano di sviluppo per il Sahel ora nelle mani di Ban. Dietro di loro, hanno lavorato altri 26 professori, tra docenti ed esperti delle università dei diversi paesi del Sahel. Un primo seminario per mettere insieme le proposte si e' svolto a Dakar, nel marzo scorso, presieduto da Prodi e da Jeffrey Sachs della Columbia University.
L'ultimo seminario, quello conclusivo si è svolto il 14 giugno a Bologna, all'Alma Graduate School, promosso dalla Fondazione per la Collaborazione tra i popoli di Prodi. Presenti i docenti africani, rappresentanti delle Nazioni Unite, dell'Unione europea, dell'Accademia di Scienze Sociali di Pechino e esperti della Università di Bologna.
Ora a New York i vertici del Palazzo di Vetro dovranno decidere se e come andare avanti per cercare di dare un futuro a questa road map per lo sviluppo del Sahel. Le ultime vicende di cronaca legate ai sanguinosi attentati di Mogadiscio, avranno di certo un peso nelle decisioni dell'Onu. Se questo progetto prenderà forma superando le perplessità e gli egoismi delle nazioni occidentali sarà davvero una cosa buona per il Sahel, e lo sarà per tutta l'Africa indirettamente.
Per un motivo molto semplice: il Sahel è oggetto di attenzione della comunità internazionale solo nelle emergenze: carestie e guerre che in queste aree si ripetono purtroppo ciclicamente. Ma mai finora si era parlato di sviluppo a medio e lungo termine. Il Piano di Prodi individua diversi settori e per ognuno di essi una serie di azioni e progetti da realizzare. I settori interessati sono: infrastrutture (strade,ferrovie, tlc), sviluppo agricolo e irrigazione, energia, formazione professionale e sanità. La lista delle cose da fare e' lunga e dettagliata. "Gli esperti – conclude Prodi – hanno lavorato seriamente e, mi sembra, bene. Insieme hanno elaborato una serie di idee e anche la proposta di un quadro finanziario, con cui attuare gli interventi che è un altro aspetto innovativo rispetto alla modalità tradizionale degli aiuti alla cooperazione.
Il Piano che ho presentato al segretario dell'Onu prevede difatti la creazione di un Fondo per lo sviluppo del Sahel che potra' essere finanziato in due modi: in modo tradizionale, con le risorse che i singoli paesi potranno attribuire al Fondo gestito dall'Onu, oppure direttamente, attraverso la realizzazione concreta da parte dei paesi donatori di opere contenute nel Piano di sviluppo. La Germania, ad esempio, potrà decidere di costruire da sola gli ospedali in un determinato Paese del Sahel, oppure potrà decidere di finanziare l'opera attraverso l'Onu". La gestione diretta significa un controllo maggiore sui costi. Un minor rischio di sperpero di denaro pubblico e di corruzione. Significa inoltre che il singolo paese donatore vedrà concretamente i frutti del proprio impegno e questo, alla lunga, potra' generare una concorrenza virtuosa tra i Paesi donatori".

sabato 22 giugno 2013

Le banche centrali di Usa e Cina: apprendisti stregoni?

da rampini.blogautore.repubblica.it

E’ tutto fabbricato dalle due banche centrali di Washington e Pechino, lo scossone di ieri sui mercati finanziari. In condizioni molto diverse, sia la Federal Reserve sia la banca centrale cinese stanno provando a “bucare” due bolle. In America la pompa della liquidità non si giustifica più alla luce della salute dell’economia reale, secondo Ben Bernanke, e l’eccesso di moneta aveva alimentato speculazioni pericolose (dai junk bond alle valute emergenti).
La Cina può essere sull’orlo di un replay del nostro 2008: la sua bolla creditizia e immobiliare si avvia verso un “credit crunch”, con le banche che non si fanno più credito fra loro. Anche a Pechino il detonatore è stato un intervento di politica monetaria per raffreddare il credito, probabilmente giunto troppo tardi e quando la bolla è ormai troppo grande per consentire un atterraggio indolore.
Analisi del New York Times in prima: la reazione di ieri sui mercati “sottolinea la fragilità globale”: manca all’appello la ripresa europea, quella americana non è così vigorosa come dovrebbe, gli emergenti frenano tutti assieme. Gli investitori non si sentono in grado di scommettere su un futuro senza “droga” monetaria.
Per il NYT la Fed “sta in equilibrio su una corda tesa come un trapezista”. E le sue azioni hanno ancora una influenza spropositata: “non è solo la banca centrale americana, è la banca centrale del pianeta”.
L’editoriale dello stesso quotidiano avanza il dubbio che la Fed abbia ritirato il suo sostegno troppo presto: tra l’altro una conseguenza delle mosse di Bernanke è il rapido rialzo dei tassi sui mutui, cioè la fine di uno dei motori della ripresa.
Il Washington Post sottolinea invece che “questo non è un altro 2008, “anche in mezzo al caos finanziario, l’economia reale americana continua la sua ripresa”.
Per il Wall Street Journal bisogna tenere d’occhio quel che accade in Cina per verificare la “determinazione” delle autorità a sgonfiare la bolla. Stop alla seconda locomotiva mondiale?
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mercoledì 19 giugno 2013

Unhcr, nel 2012 record di rifugiati

da www.lastampa.it

Sono state 45,2 milioni le persone costrette a vivere lontano da casa
Sono state oltre 45,2 milioni le persone costrette a vivere lontano dalla propria casa nel 2012, una cifra mai registrata negli ultimi 20 anni. “Nel 2012 abbiamo registrato il numero più alto di persone sfollate dal 1994”, anno del genocidio ruandese e della guerra nella ex Jugoslavia, ha sottolineato l’Alto Commissario Onu per i rifugiati (Unhcr) Antonio Guterres, durante una conferenza stampa.
Nel 2012 ogni 4,1 secondi una persona è stata costretta ad abbandonare la propria casa a causa della guerra o di altre emergenze, ha aggiunto Guterres, facendo registrare 7,6 milioni di nuovi rifugiati e sfollati. “Questi sono veramente numeri allarmanti - ha proseguito - rappresentano le sofferenze individuali su una vasta scala e rispecchiano le difficoltà della comunità internazione di prevenire conflitti e promuovere in tempo soluzioni”.
La cifra complessiva di 45,2 milioni include 28,8 milioni di sfollati interni, 15,4 milioni di rifugiati e 937.000 richiedenti asilio. “La guerra è la principale ragione di questo numero molto alto di rifugiati e sfollati interni - ha precisato Guterres - il 55% di loro arriva dalle situazioni ben note di Afghanistan, Somalia, Iraq, Sudan e Siria”. Il numero più alto di rifugiati arriva ancora dall’Afghanistan, una situazione immutata da 32 anni: nel mondo, un rifugiato su quattro è afgano.

“Ma i dati più drammatici sono quelli riguardanti i nuovi sfollati - ha denunciato Guterres - 7,6 milioni, uno ogni 4,1 secondi. Così ogni volta che battete le ciglia, un’altra persona è costretta a fuggire”. Di questi 7,6 milioni, 6,5 milioni sono sfollati interni e 1,1 milione rifugiati. E l’escalation di violenze in Siria non fa sperare bene neanche per il 2013, ha proseguito l’Alto Commissario, esortando la comunità internazionale ad alleviare il pesante fardello a carico della Giordania, ma anche del Libano, dove si trova ormai quasi il 20% della popolazione siriana. Sono circa 1,6 milione i profughi siriani presenti oggi in cinque paesi della regione, e l’Unhcr prevede che il numero dei rifugiati toccherà i 3,45 milioni (di cui un milione in Libano, un milione in Giordania, un milione in Turchia, 350.000 in Iraq e 100.000 in Egitto) entro la fine del 2013.

“Chi sostiene i rifugiati nel mondo? - ha quindi concluso Guterres - esenzialmente i Paesi in via di sviluppo”. Di fatto l’87% dei rifugiati del mondo sono infatti tutelati dai Paesi in via di sviluppo, rispetto al 70% di un decennio fa. “Quindi quando qualche volta discutiamo dei rifugiati in molti Paesi sviluppati, credo sia buono ricordare all’opinione pubblica di questi Paesi che i rifugiati non sono persone che fuggono da paesi poveri in paesi ricchi in cerca di condizioni di vita migliore”. Il Pakistan è il Paese che conta più rifugiati, pari a 1,6 milione, seguito da Iran, con 868.200, e Germania, con 589.700. Circa il 46% dei rifugiati ha meno di 18 anni.  

mercoledì 5 giugno 2013

I grandi alberi del mondo stanno morendo

moria-alberi-01.jpgPurtroppo arrivano notizie non buone: gli organismi viventi più grandi del pianeta, i grandi alberi secolari che ospitano e sostengono la vita di innumerevoli specie di uccelli e altri animali selvatici, stanno morendo.
Un rapporto stillato da tre ecologisti di fama mondiale e pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science mette in guardia su un aumento allarmante della moria di alberi di età compresa tra i 100 e i 300 anni in molte foreste del mondo, boschi, zone di allevamento e anche in alcune città.
“E’ un problema di tutto il mondo e sembra che stia succedendo nella maggior parte delle foreste”, scrive il prof. David Lindenmayer del Centre of Excellence for Environmental Decisions (CEED) e dell’Australian National University. “I grandi vecchi alberi sono fondamentali in molti degli ecosistemi planetari.
Diversi studi hanno evidenziato che le popolazioni di questi grandi alberi sono in rapido declino”, scrivono nella relazione Bill Laurance della James Cook University, in Australia, e il professor Jerry Franklindella Washington University.
“E’ urgente identificare e capire le cause di questa rapida moria di alberi secolari e le strategie per una migliore gestione delle nicchie ecologiche. Senza significativi cambiamenti politici, i grandi alberi antichi sono destinati a diminuire o a scomparire del tutto, con perdite significative nella biodiversità degli ecosistemi”.
Osservando la situazione planetaria, gli scienziati hanno trovato tendenze simili a tutte le latitudini del mondo, dallo Yosemite National Park in California, alla savana africana, dalle foreste pluviali del Brasile, alle foreste temperate d’Europe e quelle boreali del nord.
Le perdite dei grandi alberi sono state denunciate nei paesi a prevalente attività agricola e persino in alcune grandi città, nonostante ci sia una sforzo notevole per preservarli.
“Si tratta di una tendenza molto, molto inquietante. Stiamo parlando della perdita degli organismi viventi più grandi del pianeta, delle piante da fiore più grandi del pianeta, di organismi che svolgono un ruolo chiave nella regolazione biologica del nostro mondo”, dice il prof. Bill Laurance.
moria-alberi-02.jpg
L’articolo “Rapid Worldwide Declines of Large Old Trees” di  di David B. Lindenmayer, William F. Laurance e Jerry F. Franklin è pubblicato nell’ultimo numero della rivista Science.
I grandi alberi secolari svolgono un ruolo ecologico molto importante. Forniscono le cavità per la nidificazione e proteggono quasi il 30% di tutti gli uccelli e gli animali in alcuni ecosistemi. Essi incamerano enormi quantità di carbonio, riciclano i nutrienti del suolo, creano le condizioni che permettono a numerose altre forme di vita di prosperare e di influenzare il flusso di acqua nel territorio e il clima locale.
Il declino allarmante dei grandi alberi in così tanti tipi di foresta sembra essere guidata da una combinazione di fattori, tra cui le pratiche agricole, l’utilizzo degli incendi controllati, la raccolta del legno, l’attacco di alcuni tipi di parassiti e i rapidi cambiamenti climatici, spiega Franklin.
“Per esempio, lq popolazione dei grandi pini secolari nelle foreste secche del Nord America occidentale è diminuita drasticamente nel corso del secolo scorso a causa del disboscamento selettivo, incendi insolitamente gravi ed altre cause”.
I ricercatori hanno paragonato la perdita globale dei grandi alberi alla tragedia che ha già colpito i più grandi mammiferi del mondo, come gli elefanti, i rinoceronti, le tigri e le balene, segnalando che quasi in nessuna parte del pianeta sono stati avviati programmi di conservazione necessari per assicurare la sopravvivenza delle specie animali. E ora i grandi vegetali corrono lo stesso rischio.
Sarebbe necessario l’avvio urgente di un’indagine in tutto il mondo per valutare l’entità della perdita dei grandi alberi e di identificare le aree dove i grandi alberi abbiano una maggiore probabilità di sopravvivenza.
De ilnavigatorecurioso

venerdì 31 maggio 2013

Super ricchi nel mondo: il boom asiatico dribbla la crisi e fa volare il numero dei multi-milionari

da www.ilsole24ore.com


LONDRA - Sarà anche crisi per i comuni mortali, ma i Paperoni del mondo non la sentono affatto. Anzi, il numero di super-ricchi ha raggiunto un livello mai toccato prima. Dodicimila persone o famiglie nel mondo possiedono una ricchezza superiore ai 100 milioni di dollari, mentre 13,8 milioni possono rientrare nel gruppo dei milionari.
Nel 2012 la ricchezza privata è aumentata del 7,8% a 135.500 miliardi, secondo un rapporto del Boston Consulting Group (Bcg), e continuerà a crescere fino a raggiungere i 171.200 miliardi nel 2017 . L'incremento è dovuto soprattutto alla rapida crescita dei Paesi emergenti e dimostra, secondo Bcg, che l'economia globale sta finalmente uscendo dalla spirale negativa innescata dalla crisi finanziaria.
L'Asia è la regione che ha registrato la maggiore crescita nel 2012, con un balzo della ricchezza privata del 17% a 28mila miliardi di dollari, e le previsioni sono di una continua ascesa nei prossimi anni. Entro il 2017 la ricchezza toccherà i 48.100 miliardi, secondo le stime di Bcg.
Nonostante l'irresistibile ascesa dell'Asia, gli Stati Uniti restano il Paese più ricco, seguito dal Giappone e dalla Cina. Si prevede però che Pechino effettui il sorpasso su Tokyo entro il 2017 piazzandosi seconda in classifica. Germania e Gran Bretagna sono insieme in quarta posizione.
Tra i grandi Paesi emergenti, solo la Cina si piazza tra i primi quindici, mentre Brasile, Russia e India restano ancora indietro. Il piccolo emirato del Qatar ha la maggiore densità di milionari: 143 su mille abitanti sono tra i piú ricchi del pianeta.
«Il mondo sembra essersi lasciato alle spalle la crisi finanziaria e ci sono più milionari e super-ricchi che mai, - afferma Brent Beardsley, managing director di Bcg. – Potrebbero emergere altri problemi, ma sembra che il mondo si stia riprendendo, con i mercati azionari in ascesa e i mercati emergenti in crescita».
Il rapporto, che Bcg compila ogni anno dal 2000 utilizzando dati ufficiali e da oltre 130 gestori e banche private, prevede un'accelerazione nell'accumulazione di ricchezza da parte dei super-ricchi. Nel mondo avanzato la ricchezza è spinta dalla forte ripresa dei mercati azionari, mentre nei Paesi emergenti è la crescita economica a generare ricchezza.

giovedì 23 maggio 2013

La Cina affonda la Borsa di Tokyo. Crollano i mercati, Milano chiude a -3%

da www.repubblica.it

L'indice Nikkei perde oltre il 7 per cento, il calo più brusco dal terremoto di Fukushima. A trascinare al ribasso il listino giapponese i sull'indice manifatturiero dell'ex impero celeste. La paura contagia l'Europa, che ieri aveva brindato alla parole di Bernanke. Lo spread rivede quota 270 punti, poi ritraccia. Wall Street recupera grazie ai dati macro

di GIULIANO BALESTRERI
MILANO - La Borsa di Tokyo sprofonda e travolge i mercati del Vecchio continente che pure ieri avevano accolto con favore le parole del presidente della Fed, Ben Bernanke. Dichiarazioni poi messe in discussione alla pubblicazione dei verbali del Fomc, il braccio operativo della Banca centrale Usa, dai quali emergeva la spaccatura della Banca centrale americana sull'opportunità di proseguire gli stimoli. L'indice Nikkei ha perso il 7,32%, il calo più brusco dal terribile terremoto di Fukushima dell'11 marzo 2011. A trascinare il mercato giapponese verso il basso sono stati i dati deludenti provenienti dalla Cina e le tensioni sui titoli di Stato nonostante l'iniezione di liquidità da 2mila miliardi di yen immessa sul mercato dalla Banca centrale. Il crollo segue settimane di andamento positivo per l'indice Nikkei, ma soprattutto registra volumi di scambio per 7,65 miliardi di azioni, un livello mai toccato dalla nascita della piazza finanziaria giapponese nel 1949.

Il crollo della fiducia affonda le Borse del Vecchio Continente, con Piazza Affari che chiude in calo del 3,06%. Mediobanca, come tutto il comparto bancario, è tra i titoli più colpiti. Telecom non soffre più degli altri, nonostante il taglio del rating da parte di S&P, nel giorno del cda sul dossier dello scorporo della rete. In ribasso netto Fiat, ma il Ftse Mib nel complesso non presenta segni positivi. Perdite sostanziose anche per gli altri listini europei: Francoforte cede il 2,1%, Parigi scende del 2,07% e Londra del 2,1%. Oltre che sul mercato azionario, la tensione coinvolge i titoli di Stato: lo spread tra Btp e Bund arriva a toccare i 267 punti base, con un balzo di 16 punti rispetto alla chiusura di ieri, poi alla chiusura dei mercati azionari torna a quota 258 con un rendimento dei decennali italiani oltre il 4%. Il Tesoro spagnolo ha collocato 4,076 miliardi di euro di Bonos con scadenza a tre, cinque e tredici anni, e ha sofferto sul mercato registrando una crescita dei rendimenti.

La situazione che si sta verificando sui mercati sembra confermare le previsioni dell'ex ministro giapponese delle Finanze, Eisuke Sakakibara, secondo cui i listini avevano bisogno di una "qualche correzione" prima di poter tornare a crescere.  Gli investitori, a cominciare dall'Asia, si sono divisi sull'interpretazione delle parole di Bernanke: da un lato c'è la fiducia che gli stimoli all'economia americana non cesseranno fino a quando non sarà in grado di sostenersi da sola, ma dall'altro si teme che l'acquisto di bond - oggi pari a 85 miliardi di dollari al mese - possa rallentare improssivamente. D'altra parte in seno al board della Fed le divisioni in tal senso - emerse dalle minute del Fomc - sono profonde. Eppure le contrattazioni erano iniziate sotto il segno degli acquisti fino a quando non è stato pubblicato l'indice misurato da Hsbc sul settore manifatturiero cinese: a maggio è sceso a 49,6 punti dai 50,4 di aprile, mostrando un'economia in contrazione. "Il raffreddamento dell'attività manifatturiera indica un rallentamento della domanda interna e le turbolenze esterne in corso", ha detto l'economista di Hsbc Qu Hongbin. Adesso cresce l'attesa per i dati definitivi sull'andamento del settore manifatturiero che verranno diffusi il prossimo 3 giugno.

Anche Wall Street si è adeguata ai ribassi generalizzati, anche se ha recuperato grazie ad alcuni dati macro positivi. Allo stop alle contrattazioni nell'Ue, il Dow Jones cede lo 0,1%, il Nasdaq lo 0,2% e lo S&P 500 perde lo 0,4%. A livello macroeconomico ha fatto bene agli investitori il calo delle richieste settimanali di sussidi alla disoccupazione sono calate di 23mila unità a quota 340mila. Il dato è stato migliore delle attese degli economisti, che avevano previsto in media un calo a 345.000 unità. Sopra le previsioni anche le vendite di case nuove in aprile (+2,3%) e l'andamento dei prezzi, relativo però al mese di marzo: +1,3%.

Prima dei dati americani erano emersi alcuni rilievi positivi dall'Europa, incapaci però di portare sollievo sui mercati. L'indice Pmi manifatturiero dell'Eurozona è salito, a maggio, al 47,8 dal 46,7 di aprile. Quello dei servizi è passato da 47 a 47,5 punti e l'indice composito segna 47,7 rispetto al 46,9 di arpile. Anche a livello di singoli Paesi si registrano variazioni positive: in Francia, l'indice manifatturiero sale al 45,5 dal 44,4 di aprile, in Germania, con il composito si issa a 49 punti da 48,1 di aprile. Senza effetti anche il lieve miglioramento della fiducia dei consumatori: il dato è salito al -20,2 dal -20,4 di aprile nell'Unione europea e al -21,9 dal -22,3 in aprile nell'Eurozona. Sul fronte valutario, l'incertezza generale fa salire lo yen: la divisa giapponese risale a 101,56 sull'euro e a 131,05 dollari. La moneta europea chiude a 1,2904 dollari.

Le materie prime, infine, beneficiano in parte dei cali su azionario e obbligazionario: il petrolio si muove in ribasso a New York, dove le quotazioni perdono oltre un punto percentuale sotto quota 93 dollari al barile. L'oro, bene rifugio per eccellenza, tratta in terreno positivo e inverte la tendenza delle ultime settimane portandosi sopra quota 1.380 dollari l'oncia. 
(23 maggio 2013)

martedì 16 aprile 2013

A un italiano il«Nobel per l'ambiente»

da www.corriere.it

IL PREMIO ASSEGNATO A LOS ANGELES

Il Goldman Prize a Rossano Ercolini, fondatore del movimento «Rifiuti Zero»: da 15 anni non vinceva un italiano

Rossano Ercolini (Facebook)Rossano Ercolini (Facebook)
«Sono sotto choc. Sapevo che il mio lavoro era conosciuto e seguito da molti, ma non pensavo che lo fosse anche a livello internazionale». Rossano Ercolini, 58 anni, fondatore del movimento «Rifiuti Zero», stenta ancora crederci. Perché vincere il «Goldman Environmental Prize 2013», conosciuto da tutti come il «premio Nobel dell'ecologia», non è cosa da tutti. Lui ci è riuscito lunedì. Erano 15 anni che il riconoscimento non veniva assegnato a un italiano (l'ultima fu Anna Giacobbe, nel 1998): un riconoscimento importante e una somma - 150 mila dollari - che rappresenta ad oggi la più grande somma corrisposta per l’attivismo ambientale di base. IMPEGNO AMBIENTALE - Maestro elementare a Capannori, in provincia di Lucca, l'impegno verde di Ercolini parte oltre quarant'anni fa, negli anni Settanta, quando per la prima volta vennero resi noti i piani per la costruzione di un inceneritore vicino alla scuola dove lavorava. Anni dopo, nel 1994, i progetti di costruire due inceneritori a Lucca, sua città natale, lo convinsero a impegnarsi in prima linea per affrontare il problema dei rifiuti. Ma nel «curriculum» di Ercolini c'è soprattutto «Rifiuti Zero», associazione da lui fondata, che ha portato negli ultimi anni ben 117 Comuni italiani a chiudere i propri inceneritori e a convertirsi al riciclo dei rifiuti. Nel 2011, riuscì a convincere anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ad aderire al protocollo internazionale Rifiuti Zero. Un impegno che è stato raccontato nel volume «Zero Rifiuti» (Altreconomia) e in «Rifiuti Zero, una rivoluzione in corso» (Dissensi Edizioni ).
Rossano Ercolini vince il Goldman Prize
Luca Martinelli/Altreconomia


LE MOTIVAZIONI - Come ha spiegato la giuria del Goldman, si è scelto di premiare Ercolini poiché «quando sentì parlare dei progetti di edificazione dell'inceneritore nel suo Comune, ritenne di avere la responsabilità, come educatore, di proteggere il benessere degli studenti e di informare la comunità in merito ai rischi dell'inceneritore e alle soluzioni per la gestione sostenibile dei rifiuti domestici del paese». A partire dai suoi alunni, a cui Ercolini «ha insegnato a riciclare la carta», facendo in modo che la mensa della scuola sostituisse bottiglie e posate di plastica con brocche, bicchieri e posate riutilizzabili».
GLI ALTRI VINCITORI - Tra gli altri vincitori del premio ci sono Jonathan Deal, attivista sudafricano contro il fracking, e Azzam Alwash, ecologista che si è battuto contro la siccità delle paludi irachene. L’elenco completo dei premiati si può vedere sul sito del «Goldman prize».
LA LEGGE IN CASSAZIONE - Intanto, lo scorso 27 marzo è stata depositata in Corte di Cassazione la legge d'iniziativa popolare «Rifiuti Zero», che mira a una riforma organica del sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti e si articola attorno a cinque parole chiave: sostenibilità, ambiente, salute, partecipazione e lavoro. La raccolta firme a sostegno della proposta di legge, per riportare al centro della discussione politica le proposte virtuose nella gestione dei rifiuti, è già partita.

giovedì 11 aprile 2013

Commercio armi, sì dell'Onu al primo trattato

da www.corriere.it

La storica decisione dell'Assemblea

Entro due anni vendita vietata ai paesi sottoposti ad embargo, che violano diritti umani o in rapporto con terrorismo e mafia

Storico sì all'Onu: approvato trattato su commercio armi
Rcd


L'Onu ha deciso di rendere più «etico» il commercio mondiale delle armi. Entro due anni sarà molto più difficile vendere rivoltelle e fucili a paesi sottoposti ad embargo, che violano diritti umani o che hanno rapporti con terrorismo e criminalità organizzata. Con una 154 voti a favore, 3 contrari e 23 astenuti, l'assemblea delle Nazioni Unite ha approvato il primo trattato internazionale sulla compravendita internazionale delle armi convenzionali. Principi all'insegna della «moral suasion» - che però potrebbero dispiegare tangibili effetti pratici - in vigore entro due anni, quando i singoli Paesi che martedì 2 hanno dato il voto favorevole all'accordo approveranno le norme più «etiche».
Un bambino soldato in un paese africanoUn bambino soldato in un paese africano
80 MLD DI EURO - Il testo che disciplina il business (dal fatturato di circa 80 miliardi di dollari, un volume secondo soltanto a quello del narcotraffico) non avrà vincoli coercitivi, ma favoriraà la trasparenza su decisioni e numeri e dunque una maggiore possibilità di controllo dell'opinione pubblica sulle scelte prese dai singoli governi chiamati a riferire ogni anno - è la postilla più importante del trattato voluto dall'Onu - ai rispettivi parlamenti.
IL «NIET» DI SIRIA, IRAN E NORDCOREA - Tra i promotori del documento ci sono paesi membri permanenti del Consiglio come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Lo storico via libera al trattato da parte degli Usa è arrivato in particolare grazie alla svolta impressa dal presidente Barack Obama. I Paesi che hanno votato contro sono, senza sorprese, Siria, Iran e Nord Corea, gli stessi cioè che la settimana scorsa hanno bloccato il via libera unanime, per alzata di mano. Tra gli astenuti ci sono Russia, Cuba, Venezuela e Bolivia. Nella sala dell'Assemblea Generale dopo il voto è scattato un applauso per sottolineare l'ampio sostegno al primo trattato per regolare il multimiliardario commercio delle armi.
«MORAL SUASION»- Bocciata, appunto lo scorso giovedì, la possibilità di approvare l'accordo all'unanimità, l'assemblea ha deciso di procedere per una strada alternativa: vale a dire che il testo adottato dovrà essere ratificato da ogni singolo paese e il trattato entrerà in vigore solo a partire dalla cinquantesima ratifica, cioè non prima di almeno due anni. Il principio fondante del trattato è che ogni paese deve valutare, prima di ogni transazione, se le armi vendute rischiano di essere utilizzate da chi le acquista per aggirare un embargo internazionale, per commettere «violazioni gravi» dei diritti umani o per essere girate a gruppi terroristici o criminali.
L'APPLAUSO DELL'ASSEMBLEA - Quando il conteggio dei voti è apparso sullo schermo elettronico, nell'aula dell'Assemblea Onu è scoppiato un applauso scrosciante. Il trattato farà «la differenza riducendo le sofferenze degli esseri umani e salvando delle vite», aveva detto poco prima della votazione l'ambasciatore dell'Australia, Peter Woolcott, che ha presieduto i negoziati. «Lo promettiamo a quei milioni di persone, spesso le più vulnerabili della società, le cui vite sono state oscurate dal commercio internazionale di armi irresponsabile e illecito», ha aggiunto rivolgendosi all'assemblea.
(modifica il 3 aprile 2013)

venerdì 11 gennaio 2013

Sui brevetti la Cina batte tutti

da www.ilsole24ore.com


Tanta Asia, poca Europa, pochissima Italia. Gli ultimi dati sull'innovazione d'impresa certificano l'ennesimo primato cinese, il cui ufficio brevetti è ormai il primo al mondo con oltre 526mila richieste, un quarto del totale.
I numeri dell'organizzazione mondiale della proprietà intellettuale evidenziano lo storico sorpasso sugli Stati Uniti, mentre il ruolo dell'Europa diventa sempre più marginale, appena il 6,7% delle richieste di brevetto mondiali per lo European Patent Office, un punto in meno rispetto al 2008.
La classifica mondiale degli uffici brevetti, che per la prima volta nel 2011 vede superare la soglia dei due milioni di domande, è la sintesi dei trend dell'economia globale, che vede una crescita esponenziale del ruolo asiatico. Ad eccezione del secondo posto degli Stati Uniti, infatti, le prime posizioni sono per Cina, Giappone e Corea, con l'India in forte crescita, arrivata in settima posizione con più di 40mila richieste di brevetto. Per l'Italia il bilancio è magro, con 9.721 richieste depositate nel 2011 presso l'Ufficio nazionale, dato in linea con il 2010 a fronte di una crescita globale del 7,8%, differenza di trend che relega il nostro Paese al 17esimo posto (16esimo senza contare l'Ufficio Ue), subito dopo Singapore.
La sede geografica del deposito in realtà fotografa solo in parte la propensione innovativa di un Paese, considerando che ormai sul Continente la strada più battuta è quella del Brevetto europeo, ma anche qui per l'Italia i numeri non sono confortanti. Per il nostro Paese infatti nel 2011 le richieste di registrazione su base continentale si sono ridotte dell'1,4% a quota 4.879 mentre il totale delle richieste è salito del 3,7%.
La situazione nazionale migliora leggermente guardando ai brevetti più "pesanti", quelli depositati secondo l'accordo internazionale Pct (Patent Cooperation Treaty), che con una sola richiesta permette di proteggere l'innovazione in 146 nazioni offrendo tutela alle novità considerate più rilevanti, quelle per cui aziende e centri di ricerca ipotizzano uno sfruttamento su scala globale.
Qui il dominio è ancora per gli Usa, con quasi 50mila richieste, seguono Giappone e Germania mentre la Cina è solo quarta con 16.400 domande, anche se in crescita del 33%. L'Italia qui recupera posizioni e arriva al 12esimo posto con 2.695 richieste, subito dietro al Canada.
Il gap innovativo del nostro Paese resta però rilevante e si palesa scorrendo un'altra classifica internazionale, quella delle spese in ricerca delle maggiori società.
I dati appena sfornati da Bruxelles, che analizzano i conti delle mille aziende che dedicano gli importi maggiori alle attività di ricerca e sviluppo, evidenziano per l'Italia una posizione di retroguardia, con appena il 5% della spesa globale in questo ambito, a fronte del 34,5% della Germania e del 17,5% della Francia. Spesa che per l'Italia cresce nel 2011 del 5,1%, oltre tre punti in meno rispetto alla media europea.
A pesare in modo determinante sulla classifica è il nostro cronico deficit in termini di grandi imprese, categoria di gran lunga più rappresentata nelle economie di Berlino, Parigi e Londra, rispettivamente ai primi tre posti in graduatoria con oltre 600 aziende coinvolte.
La pattuglia delle imprese italiane, già ridotta, si assottiglia a quota 50 unità, quattro in meno rispetto all'anno precedente nonostante lo "sdoppiamento" di Fiat, che porta ora in classifica sia l'auto che la nuova società Fiat Industrial. E proprio Fiat è la prima italiana in classifica, sedicesima con un investimento stimato pari a 2,17 miliardi. Cifra ragguardevole in valore assoluto, che tuttavia si ridimensiona ampiamente a confronto con il leader assoluto Volkswagen, capace di investire nel 2011 7,2 miliardi, il 15% in più rispetto all'anno precedente.
Tra le top 100 della classifica europea troviamo solo una sparuta pattuglia nazionale, che oltre a Fiat comprende Finmeccanica, Fiat Industrial, Telecom, Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Ancora più amaro il bilancio nella classifica allargata all'intero pianeta, dove entrano in gioco anche i colossi statunitensi e asiatici. Tra le prime 1500 aziende mondiali primeggia Toyota, con un investimento in ricerca pari a 7,7 miliardi, mentre nelle prime cento posizioni troviamo solo due aziende italiane: Fiat (52esima) e Finmccanica (56esima).