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giovedì 21 giugno 2012

La partita dei Soldi di Rio+20

da www.eilmensile.it

21 giugno 2012versione stampabile
Emanuele Bompan
La sottile partita dei finanziamenti si conclude in tarda serata sotto una piaggia sottile la prima tranche di dichiarazioni ufficiali dei capi di stato. Fa svuotare la sala il solito Ahmadinejad, con un discorso di teologia islamica, ambientalismo e anti-consumerismo (che si realizzerà quando scompariranno gli atei).

Ban-Ki moon cerca di mantenere il morale alto, tra proposte interessanti (Korea), illuminanti (Bhutan) o generiche. La Cina butta una serie di proposte economiche sul tavolo: un fondo da 6 milioni (!) per incentivare progetti green in paesi in via di sviluppo, inclusa una rete di monitoraggio e know how per la lotta alla deforestazione.
A stupire tutti invece è il neo-primo ministro François Hollande: «la Francia deve mostrare la direzione giusta». E giù ad attaccare il fatto che non è stata approvata una riforma diretta dell’UNEP come una Agenzia Onu Specializzata, dove molteplici task force avrebbero potuto lavorare insieme nello stesso luogo, per altro a Nairobi, dando un ruolo determinante all’Africa. E poi tocca il tasto più importante di tutti: l’implementazione delle proposte. «Nel documento si fa menzione a sistemi di finanziamento innovativi (per lo sviluppo sostenibile e la green economy, nda), ma questi non sono specificati».
E rilancia: «dovremmo approvare una tassa su tutte le transazioni finanziarie», nodo gordiano per lo sviluppo di una vera agenda della green economy. Sono passati i tempi in cui i paesi ricchi promettevano (senza mantenere) di donare lo 0,7% del PIL. In anni di crisi servono alternative efficaci. Secondo Sameer Dossani, policy advisor di actionAid «è fondamentale attingere a meccanismi di questo tipo per mettere in azione piani di sviluppo sostenibile, come l’ambizioso zero Hunger che Ban Ki-Moo presenterà oggi, ma noi abbiamo avuto in anteprima, sicuramente la proposta di Hollande di una tassa sulle transazioni finanziarie, simile concettualmente alla Tobin Tax, dovrà rimanere nel cassetto, vista anche la forte opposizione di USA e UK.
«La menzione nella dichiarazione finale di una tassa sulle transazioni finanziarie per finanziare gli interventi di sviluppo sostenibile, ed ovviamente per fermare la speculazione anche sulle materie prime ed il cibo, sarebbe stato un passo in avanti», spiega Antonio Tricarico, analista di Re:Common. «Oggi a Rio invece non si prende nessuna decisione su obiettivi e strumenti finanziari, sperando che i privati investano con un trasferimento volontario di tecnologie ai Pvs. Una presa in giro».
Secondo una serie di fonti ONU si dovrà discutere nelle prossime Assemblee Generali delle Nazioni Unite per vedere come movimentare le risorse necessarie, ma sicuramente si guarderà al pacchetto della Climate Finance, discusso negli ultimi summit sul cambiamento climatico (Cancunc, Durban) e ai meccanismi di carbon finance che la Banca Mondiale ha supportato negli ultimi 8 anni, come REDD+, Carbon Funds e ad un ruolo crescente delle Banche Intergovenamentali di Sviluppo (Banca Europea degli Investimenti, Asian Development Bank e World Bank).
Mercoledì per dimostrare la propria abilità a movimentare fondi, con un comunicato, le Banche di Sviluppo Internazionali hanno proposto la creazione di un fondo da 175 miliardi di dollari per investimenti in trasporti sostenibili. Anche il settore privato ha offerto una serie di committement per creare canali privilegiati per prestiti agevolati per progetti per combattere i cambiamenti climatici. Bank of America ad esempio ha impegnato 50 miliardi di US$ per un green lending program (prestiti per progetti verdi).
La partita non è ancora ovviamente chiusa, dato che mancano ancora 48 alla fine del negoziato. In un comunicato il governo brasiliano ha ribadito il concetto di fondo «chi chiede impegni concreti (EU, nda) deve essere pronto a mettere sul piatto finanziamenti adeguati, altrimenti come minimo si può definire incoerente». Per ora tutti fanno orecchie da mercante, con l’eccezione della mossa astuta della Cina (i 6 miliardi proposti di cui sopra) che pare dire: questa volta dettiamo noi le modalità.

martedì 19 giugno 2012

Ottocentomila persone in fuga il 2011 è stato l'anno dei rifugiati

da www.repubblica.it

IL RAPPORTO

Sangue, rivolte e repressioni: i 12 mesi passati sono stati segnati da un numero mai così alto di nuovi rifugiati. Il nuovo rapporto Unhcr: "Sofferenze di dimensioni memorabili". Boom di richieste di asilo in Italia: +240%. Ma c'è anche una nota positiva: 3,2 milioni di persone sono tornate a casa
di VALERIA FRASCHETTI

ROMA - Altro che anno della caduta di Gheddafi, Ben Ali e Mubarak. O del trionfo di Ouattara in Costa d'Avorio e della fine di Bin Laden. Per centinaia di migliaia di persone il 2011 sarà soprattutto ricordato come l'anno in cui sono state costrette a abbandonare casa e patria. Come "l'anno dei rifugiati". Primavere arabe, nuovi conflitti, crisi di vecchia data, ma con un flusso in uscita che non s'arresta, hanno regalato all'ultimo anno un record pesante: quello con il più alto numero di persone diventate rifugiate dal 2000. Ottocentomila. Tante ne conta l'ultimo rapporto dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati 1(Unhcr). Che, complessivamente, rileva che nello stesso periodo 4,3 milioni di persone sono state protagoniste di migrazioni forzate. "Il 2011 ha visto sofferenze di dimensioni memorabili", ha dichiarato l'Alto commissario dell'agenzia Onu Antonio Guterres.

La lunga lista delle crisi umanitarie. Costa d'Avorio, poi Libia, Somalia, Sudan e altri Paesi ancora. Una sequela di crisi umanitarie che alla fine del 2011 ha contribuito a registrare nelle statistiche demografiche del pianeta la cifra di 42,5 milioni di persone tra rifugiati (15,4 milioni), sfollati interni (2,64 milioni) e richiedenti asilo (895mila). Solo gli scontri in Costa d'Avorio, tra i sostenitori del neoeletto presidente Ouattara e quelli del suo predecessore Gbagbo, hanno creato un esodo di 200mila ivoriani. Altri 300mila rifugiati sono quelli prodotti dalla carestia e dalla guerra in Somalia.

Il triste primato dell'Afghanistan. È l'Afghanistan, però, che si conferma il Paese d'origine del maggior numero di rifugiati, 2,7 milioni. In pratica: un rifugiato su quattro al mondo è afgano. Seguono Iraq (1,4 milioni), Somalia (1,1 milioni) e Sudan (500mila). Uno tsunami umano che tracima puntualmente nei Paese limitrofi, come dimostra il fatto che quelli che ospitano più rifugiati sono il Pakistan, l'Iran, il Kenya e il Chad. Tutti Paesi che già faticano a garantire standard di vita dignitosi ai propri cittadini. E che confermano, quindi, un altro dato preoccupante: quattro quinti dei rifugiati si trovano in Paesi in via di sviluppo, quasi la metà in economie dove il reddito pro-capite non arriva ai 3.000 dollari.

Gli effetti sull'Italia.
Poi, l'effetto sull'Italia dei rivolgimenti nordafricani e mediorientali. Nonostante allarmi e allarmismi, il nostro Paese ha solo un rifugiato ogni mille abitanti, 58mila in tutto. Mentre in Francia, Regno Unito e Olanda il rapporto è di 3-4 ogni mille. Eppure, le primavere arabe fanno balzare l'Italia al quinto posto per numero di domande d'asilo: 34.000. Un incremento pazzesco: +240 per cento in un anno.

La nota positiva.
La nota positiva nel rapporto annuale Unhcr esiste, e viene dalla popolazione degli sfollati. In 3,2 milioni, la cifra più alta da oltre un decennio, hanno fatto ritorno a casa. Il fenomeno è stato più evidente in Libia, dove la fine del conflitto tra gheddafisti e ribelli ha spinto 150mila cittadini fuggiti dalle bombe a fare ritorno nelle loro case abbandonate pochi mesi prima. Tendenza simile in Costa d'Avorio con la fine delle violenze politiche, che ha visto 135mila persone lasciare la Liberia per tornare a Abidjan e dintorni.

Il ritorno degli iracheni.
Anche in Iraq, evidentemente, la sicurezza interna sta migliorando se i rifugiati rientrati sono stati 67mila, il doppio del 2010. Un incremento dovuto anche all'introduzione di un sussidio per i rimpatriati e al conflitto nella vicina Siria, ospite di un gran numero di rifugiati iracheni. Che, scampati a una guerra in patria, si sono ritrovati in mezzo a una nuova guerra civile.
(18 giugno 2012) © Riproduzione riservata

domenica 17 giugno 2012

Rio+20, disaccordo sul testo Wwf: "Serve miracolo politico"

da www.repubblica.it

SVILUPPO SOSTENIBILE

A pochi giorni dall'inizio del summit sull'ambiente, in Brasile, ancora  non è stata approvata la dichiarazione finale con gli intenti da perseguire. Divergenze tra Paesi ricchi e in via di sviluppo. Per la buona riuscita dei negoziati, l'organizzazione mondiale per la difesa della natura chiede aiuto ai leader del G20. L'Onu lancia un sondaggio globale

RIO DE JANEIRO - Accordo ancora in alto mare a Rio de Janeiro. Nonostante manchino solo tre giorni all'inizio di Rio+20, il verice sull'ambiente e sullo sviluppo sostenibile che prenderà il via il prossimo 20 giugno nella città brasiliana, la dichiarazione finale non ha ancora trovato piena approvazione. La fase preparatoria si è conclusa ieri mattina, ma solo il 38% del testo ha ricevuto l'ok: ancora 199 i paragrafi da discutere a dispetto dei 119 vagliati. I negoziati proseguiranno fino a lunedì prossimo, a ridosso del summit tra i 135 capi di Stato e di governo, sotto la responsabilità del Brasile.

La causa va ricercata nelle divergenze sul modo di affrontare gli impegni che saranno presi nell'ambito del vertice: da una parte Usa e Unione Europea, dall'altra i Paesi emergenti, Cina compresa. Per esempio, gli Stati più sviluppati hanno mal visto la proposta di creare un fondo annuale di 30 miliardi di dollari per finanziare opere sostenibili nei Paesi più poveri. Ma l'accordo è lontano anche solo nella definizione di economia verde. "Faremo il possibile", ha comunque precisato il ministro degli Esteri brasiliano Antonio Patriota. E già si parla di ridurre il documento dalle 80 pagine previste a 59.

Per uscire dall'impasse c'è chi auspica un "miracolo politico". "I negoziatori - scrive in una nota Mariagrazia Midulla, responsabile policy clima e energia di Wwf italia, a Rio per seguire i negoziati - devono ricordarsi che questa è una conferenza 'sulla sicurezza' e la sicurezza deriva dalla stabilità. Per raggiungere la stabilità, le necessità di base delle persone devono essere garantite. Per questo, se vogliamo davvero economie e sistemi politici sicuri, i nostri leader devono impegnarsi per garantire cibo, acqua ed energia per tutti. La settimana prossima questo potrà ancora accadere, ma avremo bisogno di un miracolo politico e di protagonisti forti per emergere da questo processo, mentre i 'cattivi' devono cedere il passo".

Per evitare che non si raggiunga l'accordo, il Brasile deve dimostrarsi politicamente forte. Soprattutto con quei Paesi come il Canada, che questa settimana ha presentato un piano nazionale per annullare le proprie leggi sul cambiamento climatico, intaccare quelle sulla pesca e indebolire le proprie norme di tutela ambientale. "Gli obiettivi di sviluppo sostenibile - continua il Wwf - devono essere un'evoluzione degli obiettivi di sviluppo del millennio e rio+20 deve indicare aree tematiche come cibo, acqua, energia e oceani e avviare il processo per creare i nuovi obiettivi, finanziarli e misurarli".

Per l'organizzazione mondiale per la difesa della natura, il testo finora approvato è sulla linea giusta. Ma è ricco di parole sintomo di poca iniziativa. "Quando si parla di azione - contesta Midulla - vediamo una sbilanciata vittoria delle 'parole deboli', che hanno avuto la meglio in 514 casi contro 10. Le parole deboli compaiono proprio nelle parti di testo che dovrebbero essere rafforzate, come la sezione sulla green economy che lancia un processo che era già stato lanciato a Rio nel 1992. E scarseggiano parole sull'urgenza di obiettivi di sviluppo sostenibile mentre le parti sull'energia potrebbero essere state scritte dall'industria del petrolio e dei combustibili fossili".

Per la buona riuscita dei negoziati, Midulla ha poi esortato l'intervento dei leader che prendono parte al G20 in Messico: "Si tratta di un forum per la stabilità economica e politica - e non c'è modo di raggiungere una stabilità economica senza uno sviluppo sostenibile a lungo termine".

Intanto l'Onu ha lanciato un sondaggio globale per invitare tutti gli abitanti del Pianeta a proporre soluzioni per risolvere le sfide sociali, economiche e ambientali considerate più importanti. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha lanciato l'appello: "Andate su Riodialogues 1. Diteci cosa pensate. Questi voti possono fare la differenza nel costruire un mondo prospero, equo, stabile e sostenibile per tutti". I risultati del sondaggio saranno presentati al summit. "I dialoghi - ha aggiunto Ban - sono un tentativo di creare un ponte fra la società civile e l'iter ufficiale della prossima conferenza Onu sullo sviluppo sostenibile".
(17 giugno 2012) © Riproduzione riservata

venerdì 15 giugno 2012

Aja, Fatou Bensouda ha prestato giuramento come Procuratore ICC

da www.eilmensile.it

15 giugno 2012versione stampabile
Fatou Bensouda, ex ministro della Giustizia del Gambia, è la prima africana a ricoprire la carica di Procuratore ICC (International Criminal Court) presso il Tribunale dell’Aja. La Bensuda prenderà il posto dell’argentino Luis Moreno Ocampo, che ha mantenuto la carica per quasi dieci anni.

SIA KAMBOU/AFP/Getty Images
Secondo quanto riferito oggi, 15 giugno, dalla Bbc, la prima priorità della Bensouda sarà di portare Saif al-Islam Gheddafi, figlio del leader libico, di fronte alla giustizia.
Il procuratore Bensouda vigilerà anche il primo processo all’ex Presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo.
Le competenze non sembrano certo mancare alla Bensouda, che ha trascorso gli ultimi otto anni come vice di Moreno-Ocampo.
Sebbene la Bensouda non sia nuova all’Aia, però, la sua nomina acquista particolare importanza in un momento in cui la giustizia internazionale è sempre più sotto i riflettori. Essendo lei stessa un avvocato africano, la sua nomina potrebbe contribuire a mettere a tacere molte critiche.

mercoledì 6 giugno 2012

Stop al Geocidio. Appello in vista di Rio+20

da www.eilmensile.it

6 giugno 2012versione stampabile
Alex  Zanotelli
Padre Alex Zanotelli. Foto di ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images
Siamo alla vigilia di un altro importante appuntamento per salvare il pianeta terra: ”RIO+20”, che si terrà a Rio dal 20 al 25 giugno 2012. Nel 1992 infatti l’Onu aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra. Purtroppo alle tante speranze suscitate sono seguiti vent’anni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen (2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’orlo dell’abisso. Per questo l’Onu ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta.
Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra. Viviamo dentro un Sistema che ha come unico scopo il profitto, per cui riduciamo sia le persone come il Pianeta Terra a Merce. “Oggi potremo dire che la più significativa divisione tra gli esseri umani – scrive il teologo americano Thomas Berry – non è basata né su nazionalità né sulla razza , né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la Terra in maniera deleteria, distruggendola e coloro che si dedicano a preservare la Terra in tutto il suo splendore”. E questo grande teologo aggiunge amaramente: ”Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, omicidio, genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidioe il  geocidio, l’uccisione del pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino al presente, male per il quale non abbiamo principi né etici né morali di giudizio”.
E il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. E la situazione diventa sempre più drammatica. Nel silenzio quasi totale dei grandi media sia cartacei come televisivi che sono nelle mani dei potentati economico-finanziari. E’ un silenzio voluto e comperato come appare nel libro inchiesta “Private Empire” del noto giornalista Steve Coll che dimostra come la Exxon, la più grande compagnia petrolifera, abbia falsificato, finanziando studi e ricerche, i dati scientifici sui cambiamenti climatici.
La situazione è ormai insostenibile. Gli scienziati temono ormai che il Pianeta subirà , per la fine del secolo, un aumento della temperatura di 3-4 gradi! E’ un aumento drammatico questo! Il riscaldamento del Pianeta sta avvenendo molto più in fretta di quanto previsto ed è tale da innescare un processo irreversibile di cambiamento del clima. E questo molto più velocemente di quanto si pensasse. E l’opinione scientifica è ormai concorde: la colpa è dell’uomo. “Viviamo in un modo che non può continuare per generazioni” – ha detto Jorgen Randers, presentando il suo notevole studio 2052: A global forecast for the Next Forty Years – “L’umanità ha ormai superato la disponibilità di risorse della Terra. Emettiamo due volte la quantità di gas serra in un anno che può essere assorbita dalle foreste e dagli oceani del pianeta”.
Purtroppo non possiamo aspettarci soluzioni dai nostri governi prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali che traggono enormi profitti da questo Sistema. Purtroppo la dittatura finanziaria sotto cui viviamo (il governo Monti ne è una splendida esemplificazione) ha deciso di fare della crisi ecologica un altro affare con la cosidetta ‘green economy’ (l’economia verde). Ne sono espressione ‘il mercato del carbonio’, la produzione agro-forestale per bio-carburanti, la geo-ingegneria che introduce il principio del ‘diritto di inquinare’. E’ la finanziarizzazione anche della crisi ecologica.
“La Green Economy, affidata unicamente alle logiche del mercato senza regole e senza una visione precisa, è un falsa soluzione”, – afferma il documento-base Summit dei popoli a Rio, elaborato dalla Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale (RIGAS). E’ questo il documento che abbiamo lanciato a Roma il 21 aprile nel Teatro Valle, occupato e diventato un bene comune. Una settantina di organizzazioni hanno approvato il documento e hanno aderito a RIGAS. Questa rete deve rimanerecittadinanza attiva e deve includere tutti coloro che in Italia si impegnano sull’ambiente, organizzandosi a livello nazionale, regionale, con una segreteria come ha fatto il grande movimento dell’acqua in Italia. Quello che abbiamo fatto per l’acqua, dobbiamo farlo per l’ambiente, per la Madre Terra così gravemente minacciata. Coinvolgendo in tutto questo anche le comunità cristiane e l’associazionismo cattolico. Il nostro è un movimento trasversale ed ecumenico che si impegna a:
  • informare tutti e a tutti i livelli della gravità della crisi ecologica;
  • rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita, che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico;
  • impegnarsi a livello personale e comunitario, a vivere con più sobrietà, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando le energie rinnovabili;
  • rispondere al problema dei rifiuti con il riciclo totale, opponendosi agli inceneritori
  • sostenere il Piano della Commissione Europea che prevede la riduzione per tappe dell’80% di emissioni di gas serra entro il 2050;
  • chiedere la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici, tassando le transazioni finanziarie dello 0.05%.
E’ un lavoro enorme quello che ci attende partendo dal basso, in Rete, per portare il nostro paese e il governo Monti (che continua a parlare di crescita!) a mettere al centro dell’impegno politico il salvarci tutti insieme con il Pianeta Terra.
Ci ritroveremo in tanti a Rio e da lì ripartiremo con ancora più impegno per salvare il Pianeta. “Uniamoci come movimenti, organizzazioni e reti sociali – così conclude l’appello dei movimenti sociali verso Rio (Cupola dos Povos), per assicurare che Rio+20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di rafforzare le basi locali, regionali e mondiali necessarie per affrontare l’avanzata verde del capitalismo. Rio+20 deve essere un punto di partenza per una società più giusta e solidale”.

Mancano 9 giorni all’inizio del Vertice Mondiale sulla sostenibilità di Rio+20 e il silenzio dei media main stream sull’argomento diventa via via sempre più assordante. L’Associazione A SUD ha quindi organizzato un Flash Mob di protesta davanti alla Rai, per venerdì 8 giugno, alle 11.30. Chiunque vorrà partecipare basta che si munisca di un bavaglio.