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lunedì 1 ottobre 2012

Giornata dell'habitat : momento di riflessione sullo stato del nostro ambiente

da www.corriere.it

Il tema del 2012: Città in corso di trasformazione, opportunità di costruzione

Il mar Morto, lago interno a rischio sparizione (Ap)Il mar Morto, lago interno a rischio sparizione (Ap)
Come ogni anno dal 1995 il primo lunedì di ottobre è stato designato dalle Nazioni Unite Giornata mondiale dell'habitat. Quest'anno l'anniversario cade il 1° ottobre. L'Onu ha scelto il tema del 2012: Città in corso di trasformazione, opportunità di costruzione. IL TEMA - Un tema che unisce due concetti: la costruzione di un nuovo concetto di città - basti pensare agli enormi agglomerati urbani asiatici e del Terzo mondo - e il nuovi sistemi per l'edilizia (per esempio le case a emissione zero) che stanno trasformando un settore ad alto impatto ambientale in un'industria sostenibile. L'idea delle Nazioni Unite è invitare a riflettere sullo stato delle nostre città e sui diritti basilari di tutti (per esempio quello dell'accesso all'acqua). La Giornata dell'habitat vuole ricordare all'umanità le sue responsabilità collettive per il futuro dell'ambiente, in quanto è proprio nelle città che si realizzano i sogni di un domani migliore.
HABITAT E CITTÀ - Molti sono infatti coloro che lasciano le zone rurali per inseguire i sogni di un futuro prospero in una grande città e l'esplosione delle zone urbane nei Paesi in via di sviluppo ne è una testimonianza inequivocabile. L'Onu, quindi, vuole sottolineare la necessità di un piano globale per le città, in quanto - come è stato più volte sottolineato in varie occasioni - città senza una pianificazione urbana portano a uno sviluppo caotico e senza futuro. Invece città con una seria pianificazione possono continuare a costituire buone opportunità per gli attuali e futuri residenti.
(modifica il 1 ottobre 2012)

martedì 25 settembre 2012

Obama contro Assad all'Onu: «Il suo regime deve finire»

da www.ilsole24ore.com

Barack Obama (Reuters)Barack Obama (Reuters)
«Il regime di Bashar Assad deve finire». Lo dice dal podio dell'assemblea generale, Barack Obama ribadendo la condanna di Washington per un regime «che tortura i bambini». Ed il sostegno alle forze siriane che «abbiano una visione di inclusione» e collaborazione tra i veri gruppi, perché, ha sottolineato il presidente americano, bisogna garantire che non si favorisca chi invece punta alle "divisioni settarie". «I musulmani - dice Obama - soffrono più di tutti l'attivismo degli «estremisti islamici, poiché questi ultimi non costruiscono, ma distruggono soltanto». «La politica basata solo sull'ira - ha poi aggiunto - sul dividere il mondo tra noi e loro, mette in pericolo l'intera comunità internazionale».
Poi un chiaro riferimento al film anti-Islam che ha provocato le proteste in tutti il mondo musulmano e la morte dell'ambasciatore Usa Chris Stevens. «Il futuro non deve appartenere a coloro che calunniano il Profeta dell'Islam, ma coloro che condannano queste calunnie devono condannare anche l'odio che vediamo quando l'immagine di Gesù viene dissacrata, le chiese vengono distrutte e l'olocausto viene negato». «L'intolleranza, in sé stessa, rappresenta una forma di violenza e ostacola la crescita dello spirito democratico» di ogni Paese.

lunedì 23 luglio 2012

Oltre 21mila miliardi di dollari: sono i soldi nascosti dai super-ricchi nei paradisi fiscali

da www.ilsole24ore.com


Tanto quanto le economie di Stati Uniti e Giappone messe assieme: i patrimoni dei super-ricchi di tutto il mondo nascosti nei paradisi fiscali arrivano a qualcosa come 21mila miliardi di dollari, secondo uno studio condotto da un ex capo economista di McKinsey, James Henry, intitolato "Il prezzo dell'offshore rivisto" e che fa il punto a fine 2010.
Secondo l'autore, precisa la Bbc, in realtà la vera cifra potrebbe arrivare a 32mila miliardi di dollari, poichè il suo monitoraggio ha preso in considerazione solo i depositi bancari e gli investimenti finanziari, tralasciando beni concreti come proprietà o yacht. Il rapporto è stato commissionato da Tax Justice Netwotrk, un gruppo che milita contro l'evasione fiscale. «Le mancate entrate fiscali che risultano dalle nostre stime sono enormi. Abbastanza da cambiare sensibilmente le finanze di molti Paesi», ha dichiarato Henry. Il tutto, costituisce «un enorme buco nero nell'economia mondiale».

martedì 10 luglio 2012

Armi convenzionali, le speranze dell’Onu

da www.eilmensile.it

10 luglio 2012versione stampabile
Da oltre un centinaio d’anni il mondo è inondato di armi convenzionali: carri armati, fucili mitragliatori, razzi, aerei.

AFP/Getty Images
Queste armi – il cui commercio alimenta un volume annuale valutato tra i 40 e i 60 miliardi di dollari – stanno alimentando i conflitti e le violazioni di diritti umani in Siria, Sudan, Repubblica Democratica del Congo e in numerosi altri Paesi del mondo. Sono state usate per uccidere civili – 750 mila nel 2011 – e saranno usate contro ulteriori civili se la comunità internazionale non riuscirà a trovare un modo per estromettere dal loro commercio regimi, criminali e militanti. Con questo proposito – secondo molti vano – i Paesi membri delle Nazioni Unite si stanno riunendo a New York da lunedì scorso e fino al 27 luglio: per fissare regole giuridicamente vincolanti per il commercio internazionale d’armi e introdurre controlli severi per le esportazioni e altre attività transfrontaliere. Il trattato – nelle intenzioni astratte dei ‘legislatori’ – dovrebbe contribuire a rendere il commercio legale di materiale bellico ‘più responsabile’. L’altra speranza è quella di riuscire a porre fine al commercio illegale di armi.
La questione è che alla conferenza partecipano tutti gli Stati membri dell’Onu, quindi anche i più importanti produttori, esportatori e importatori di materiale bellico convenzionale. Le posizioni di Stati Uniti, Russia e Cina – che hanno espresso non poche riserve sul documento finale – saranno fondamentali. Nelle cerchie diplomatiche di New York e in seno alle organizzazioni non governative si spera in un accordo dai toni forti, anche se – come già accaduto per i precedenti trattati – non tutti gli Stati lo ratificheranno. Emblematico è stato infatti il caso della convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo. Tuttavia, anche se i grandi Paesi produttori non l’hanno ratificata, dall’approvazione dell’accordo la produzione e l’uso di mine sono costantemente diminuiti. Il nuovo documento in discussione all’Onu non includerà però questa o quella produzione bellica, ma coprirà una vastissima gamma di armi, munizioni incluse.
Se il negoziato a New York mette finalmente intorno al tavolo della trattativa tutti i principali contendenti, dopo un decennio di pressioni esercitate dai principali gruppi per i diritti umani, gli ostacoli sono tuttavia ancora molti, perché anche un singolo Paese potrebbe bloccare qualsiasi accordo. “In una prospettiva a lungo termine – spiega Jeff Abramson, direttore della campagna Control Arms – ci troviamo in un momento chiave. La volontà di fare qualcosa esiste. Importanti paesi produttori d’armi sono convinti della necessità di agire e vogliono un trattato rigoroso”.
Uno degli ostacoli sono gli Stati Uniti, che non vogliono che il trattato includa anche le munizioni, a loro giudizio troppo difficili da rintracciare. Russia, Cina, Iran, Pakistan vorrebbero evitare che la convenzione sia troppo esplicita per quanto concerne la questione dei diritti umani e delle autorizzazioni per l’esportazione. L’esempio della Siria mostra quanto sia importante instaurare barriere a un commercio che oggi non ne ha alcuna. “La Russia dice che non infrange nessuna regola, poiché l’Onu non ha decretato nessun embargo sulle armi nei confronti della Siria”, sottolinea Abramson. Per questo motivo, il trattato dovrebbe almeno vietare di vendere armi a tutti gli Stati sotto embargo da parte delle Nazioni Unite e quando vi è la fondata preoccupazione che i diritti umani vengano violati.
Uno studio condotto da Oxfam ha rivelato alcuni mesi fa che dal 2000 al 2010, armi per un valore 2,2 miliardi dollari sono state importate dai Paesi sotto embargo. Praticamente ogni categoria commerciale importante, dalle materie prime, al petrolio, alle banane, è oggetto di accordi internazionali. Le armi convenzionali spesso non sono sottoposte ad alcun regolamento internazionale altrettanto vincolante.

giovedì 21 giugno 2012

La partita dei Soldi di Rio+20

da www.eilmensile.it

21 giugno 2012versione stampabile
Emanuele Bompan
La sottile partita dei finanziamenti si conclude in tarda serata sotto una piaggia sottile la prima tranche di dichiarazioni ufficiali dei capi di stato. Fa svuotare la sala il solito Ahmadinejad, con un discorso di teologia islamica, ambientalismo e anti-consumerismo (che si realizzerà quando scompariranno gli atei).

Ban-Ki moon cerca di mantenere il morale alto, tra proposte interessanti (Korea), illuminanti (Bhutan) o generiche. La Cina butta una serie di proposte economiche sul tavolo: un fondo da 6 milioni (!) per incentivare progetti green in paesi in via di sviluppo, inclusa una rete di monitoraggio e know how per la lotta alla deforestazione.
A stupire tutti invece è il neo-primo ministro François Hollande: «la Francia deve mostrare la direzione giusta». E giù ad attaccare il fatto che non è stata approvata una riforma diretta dell’UNEP come una Agenzia Onu Specializzata, dove molteplici task force avrebbero potuto lavorare insieme nello stesso luogo, per altro a Nairobi, dando un ruolo determinante all’Africa. E poi tocca il tasto più importante di tutti: l’implementazione delle proposte. «Nel documento si fa menzione a sistemi di finanziamento innovativi (per lo sviluppo sostenibile e la green economy, nda), ma questi non sono specificati».
E rilancia: «dovremmo approvare una tassa su tutte le transazioni finanziarie», nodo gordiano per lo sviluppo di una vera agenda della green economy. Sono passati i tempi in cui i paesi ricchi promettevano (senza mantenere) di donare lo 0,7% del PIL. In anni di crisi servono alternative efficaci. Secondo Sameer Dossani, policy advisor di actionAid «è fondamentale attingere a meccanismi di questo tipo per mettere in azione piani di sviluppo sostenibile, come l’ambizioso zero Hunger che Ban Ki-Moo presenterà oggi, ma noi abbiamo avuto in anteprima, sicuramente la proposta di Hollande di una tassa sulle transazioni finanziarie, simile concettualmente alla Tobin Tax, dovrà rimanere nel cassetto, vista anche la forte opposizione di USA e UK.
«La menzione nella dichiarazione finale di una tassa sulle transazioni finanziarie per finanziare gli interventi di sviluppo sostenibile, ed ovviamente per fermare la speculazione anche sulle materie prime ed il cibo, sarebbe stato un passo in avanti», spiega Antonio Tricarico, analista di Re:Common. «Oggi a Rio invece non si prende nessuna decisione su obiettivi e strumenti finanziari, sperando che i privati investano con un trasferimento volontario di tecnologie ai Pvs. Una presa in giro».
Secondo una serie di fonti ONU si dovrà discutere nelle prossime Assemblee Generali delle Nazioni Unite per vedere come movimentare le risorse necessarie, ma sicuramente si guarderà al pacchetto della Climate Finance, discusso negli ultimi summit sul cambiamento climatico (Cancunc, Durban) e ai meccanismi di carbon finance che la Banca Mondiale ha supportato negli ultimi 8 anni, come REDD+, Carbon Funds e ad un ruolo crescente delle Banche Intergovenamentali di Sviluppo (Banca Europea degli Investimenti, Asian Development Bank e World Bank).
Mercoledì per dimostrare la propria abilità a movimentare fondi, con un comunicato, le Banche di Sviluppo Internazionali hanno proposto la creazione di un fondo da 175 miliardi di dollari per investimenti in trasporti sostenibili. Anche il settore privato ha offerto una serie di committement per creare canali privilegiati per prestiti agevolati per progetti per combattere i cambiamenti climatici. Bank of America ad esempio ha impegnato 50 miliardi di US$ per un green lending program (prestiti per progetti verdi).
La partita non è ancora ovviamente chiusa, dato che mancano ancora 48 alla fine del negoziato. In un comunicato il governo brasiliano ha ribadito il concetto di fondo «chi chiede impegni concreti (EU, nda) deve essere pronto a mettere sul piatto finanziamenti adeguati, altrimenti come minimo si può definire incoerente». Per ora tutti fanno orecchie da mercante, con l’eccezione della mossa astuta della Cina (i 6 miliardi proposti di cui sopra) che pare dire: questa volta dettiamo noi le modalità.

martedì 19 giugno 2012

Ottocentomila persone in fuga il 2011 è stato l'anno dei rifugiati

da www.repubblica.it

IL RAPPORTO

Sangue, rivolte e repressioni: i 12 mesi passati sono stati segnati da un numero mai così alto di nuovi rifugiati. Il nuovo rapporto Unhcr: "Sofferenze di dimensioni memorabili". Boom di richieste di asilo in Italia: +240%. Ma c'è anche una nota positiva: 3,2 milioni di persone sono tornate a casa
di VALERIA FRASCHETTI

ROMA - Altro che anno della caduta di Gheddafi, Ben Ali e Mubarak. O del trionfo di Ouattara in Costa d'Avorio e della fine di Bin Laden. Per centinaia di migliaia di persone il 2011 sarà soprattutto ricordato come l'anno in cui sono state costrette a abbandonare casa e patria. Come "l'anno dei rifugiati". Primavere arabe, nuovi conflitti, crisi di vecchia data, ma con un flusso in uscita che non s'arresta, hanno regalato all'ultimo anno un record pesante: quello con il più alto numero di persone diventate rifugiate dal 2000. Ottocentomila. Tante ne conta l'ultimo rapporto dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati 1(Unhcr). Che, complessivamente, rileva che nello stesso periodo 4,3 milioni di persone sono state protagoniste di migrazioni forzate. "Il 2011 ha visto sofferenze di dimensioni memorabili", ha dichiarato l'Alto commissario dell'agenzia Onu Antonio Guterres.

La lunga lista delle crisi umanitarie. Costa d'Avorio, poi Libia, Somalia, Sudan e altri Paesi ancora. Una sequela di crisi umanitarie che alla fine del 2011 ha contribuito a registrare nelle statistiche demografiche del pianeta la cifra di 42,5 milioni di persone tra rifugiati (15,4 milioni), sfollati interni (2,64 milioni) e richiedenti asilo (895mila). Solo gli scontri in Costa d'Avorio, tra i sostenitori del neoeletto presidente Ouattara e quelli del suo predecessore Gbagbo, hanno creato un esodo di 200mila ivoriani. Altri 300mila rifugiati sono quelli prodotti dalla carestia e dalla guerra in Somalia.

Il triste primato dell'Afghanistan. È l'Afghanistan, però, che si conferma il Paese d'origine del maggior numero di rifugiati, 2,7 milioni. In pratica: un rifugiato su quattro al mondo è afgano. Seguono Iraq (1,4 milioni), Somalia (1,1 milioni) e Sudan (500mila). Uno tsunami umano che tracima puntualmente nei Paese limitrofi, come dimostra il fatto che quelli che ospitano più rifugiati sono il Pakistan, l'Iran, il Kenya e il Chad. Tutti Paesi che già faticano a garantire standard di vita dignitosi ai propri cittadini. E che confermano, quindi, un altro dato preoccupante: quattro quinti dei rifugiati si trovano in Paesi in via di sviluppo, quasi la metà in economie dove il reddito pro-capite non arriva ai 3.000 dollari.

Gli effetti sull'Italia.
Poi, l'effetto sull'Italia dei rivolgimenti nordafricani e mediorientali. Nonostante allarmi e allarmismi, il nostro Paese ha solo un rifugiato ogni mille abitanti, 58mila in tutto. Mentre in Francia, Regno Unito e Olanda il rapporto è di 3-4 ogni mille. Eppure, le primavere arabe fanno balzare l'Italia al quinto posto per numero di domande d'asilo: 34.000. Un incremento pazzesco: +240 per cento in un anno.

La nota positiva.
La nota positiva nel rapporto annuale Unhcr esiste, e viene dalla popolazione degli sfollati. In 3,2 milioni, la cifra più alta da oltre un decennio, hanno fatto ritorno a casa. Il fenomeno è stato più evidente in Libia, dove la fine del conflitto tra gheddafisti e ribelli ha spinto 150mila cittadini fuggiti dalle bombe a fare ritorno nelle loro case abbandonate pochi mesi prima. Tendenza simile in Costa d'Avorio con la fine delle violenze politiche, che ha visto 135mila persone lasciare la Liberia per tornare a Abidjan e dintorni.

Il ritorno degli iracheni.
Anche in Iraq, evidentemente, la sicurezza interna sta migliorando se i rifugiati rientrati sono stati 67mila, il doppio del 2010. Un incremento dovuto anche all'introduzione di un sussidio per i rimpatriati e al conflitto nella vicina Siria, ospite di un gran numero di rifugiati iracheni. Che, scampati a una guerra in patria, si sono ritrovati in mezzo a una nuova guerra civile.
(18 giugno 2012) © Riproduzione riservata

domenica 17 giugno 2012

Rio+20, disaccordo sul testo Wwf: "Serve miracolo politico"

da www.repubblica.it

SVILUPPO SOSTENIBILE

A pochi giorni dall'inizio del summit sull'ambiente, in Brasile, ancora  non è stata approvata la dichiarazione finale con gli intenti da perseguire. Divergenze tra Paesi ricchi e in via di sviluppo. Per la buona riuscita dei negoziati, l'organizzazione mondiale per la difesa della natura chiede aiuto ai leader del G20. L'Onu lancia un sondaggio globale

RIO DE JANEIRO - Accordo ancora in alto mare a Rio de Janeiro. Nonostante manchino solo tre giorni all'inizio di Rio+20, il verice sull'ambiente e sullo sviluppo sostenibile che prenderà il via il prossimo 20 giugno nella città brasiliana, la dichiarazione finale non ha ancora trovato piena approvazione. La fase preparatoria si è conclusa ieri mattina, ma solo il 38% del testo ha ricevuto l'ok: ancora 199 i paragrafi da discutere a dispetto dei 119 vagliati. I negoziati proseguiranno fino a lunedì prossimo, a ridosso del summit tra i 135 capi di Stato e di governo, sotto la responsabilità del Brasile.

La causa va ricercata nelle divergenze sul modo di affrontare gli impegni che saranno presi nell'ambito del vertice: da una parte Usa e Unione Europea, dall'altra i Paesi emergenti, Cina compresa. Per esempio, gli Stati più sviluppati hanno mal visto la proposta di creare un fondo annuale di 30 miliardi di dollari per finanziare opere sostenibili nei Paesi più poveri. Ma l'accordo è lontano anche solo nella definizione di economia verde. "Faremo il possibile", ha comunque precisato il ministro degli Esteri brasiliano Antonio Patriota. E già si parla di ridurre il documento dalle 80 pagine previste a 59.

Per uscire dall'impasse c'è chi auspica un "miracolo politico". "I negoziatori - scrive in una nota Mariagrazia Midulla, responsabile policy clima e energia di Wwf italia, a Rio per seguire i negoziati - devono ricordarsi che questa è una conferenza 'sulla sicurezza' e la sicurezza deriva dalla stabilità. Per raggiungere la stabilità, le necessità di base delle persone devono essere garantite. Per questo, se vogliamo davvero economie e sistemi politici sicuri, i nostri leader devono impegnarsi per garantire cibo, acqua ed energia per tutti. La settimana prossima questo potrà ancora accadere, ma avremo bisogno di un miracolo politico e di protagonisti forti per emergere da questo processo, mentre i 'cattivi' devono cedere il passo".

Per evitare che non si raggiunga l'accordo, il Brasile deve dimostrarsi politicamente forte. Soprattutto con quei Paesi come il Canada, che questa settimana ha presentato un piano nazionale per annullare le proprie leggi sul cambiamento climatico, intaccare quelle sulla pesca e indebolire le proprie norme di tutela ambientale. "Gli obiettivi di sviluppo sostenibile - continua il Wwf - devono essere un'evoluzione degli obiettivi di sviluppo del millennio e rio+20 deve indicare aree tematiche come cibo, acqua, energia e oceani e avviare il processo per creare i nuovi obiettivi, finanziarli e misurarli".

Per l'organizzazione mondiale per la difesa della natura, il testo finora approvato è sulla linea giusta. Ma è ricco di parole sintomo di poca iniziativa. "Quando si parla di azione - contesta Midulla - vediamo una sbilanciata vittoria delle 'parole deboli', che hanno avuto la meglio in 514 casi contro 10. Le parole deboli compaiono proprio nelle parti di testo che dovrebbero essere rafforzate, come la sezione sulla green economy che lancia un processo che era già stato lanciato a Rio nel 1992. E scarseggiano parole sull'urgenza di obiettivi di sviluppo sostenibile mentre le parti sull'energia potrebbero essere state scritte dall'industria del petrolio e dei combustibili fossili".

Per la buona riuscita dei negoziati, Midulla ha poi esortato l'intervento dei leader che prendono parte al G20 in Messico: "Si tratta di un forum per la stabilità economica e politica - e non c'è modo di raggiungere una stabilità economica senza uno sviluppo sostenibile a lungo termine".

Intanto l'Onu ha lanciato un sondaggio globale per invitare tutti gli abitanti del Pianeta a proporre soluzioni per risolvere le sfide sociali, economiche e ambientali considerate più importanti. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha lanciato l'appello: "Andate su Riodialogues 1. Diteci cosa pensate. Questi voti possono fare la differenza nel costruire un mondo prospero, equo, stabile e sostenibile per tutti". I risultati del sondaggio saranno presentati al summit. "I dialoghi - ha aggiunto Ban - sono un tentativo di creare un ponte fra la società civile e l'iter ufficiale della prossima conferenza Onu sullo sviluppo sostenibile".
(17 giugno 2012) © Riproduzione riservata

venerdì 15 giugno 2012

Aja, Fatou Bensouda ha prestato giuramento come Procuratore ICC

da www.eilmensile.it

15 giugno 2012versione stampabile
Fatou Bensouda, ex ministro della Giustizia del Gambia, è la prima africana a ricoprire la carica di Procuratore ICC (International Criminal Court) presso il Tribunale dell’Aja. La Bensuda prenderà il posto dell’argentino Luis Moreno Ocampo, che ha mantenuto la carica per quasi dieci anni.

SIA KAMBOU/AFP/Getty Images
Secondo quanto riferito oggi, 15 giugno, dalla Bbc, la prima priorità della Bensouda sarà di portare Saif al-Islam Gheddafi, figlio del leader libico, di fronte alla giustizia.
Il procuratore Bensouda vigilerà anche il primo processo all’ex Presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo.
Le competenze non sembrano certo mancare alla Bensouda, che ha trascorso gli ultimi otto anni come vice di Moreno-Ocampo.
Sebbene la Bensouda non sia nuova all’Aia, però, la sua nomina acquista particolare importanza in un momento in cui la giustizia internazionale è sempre più sotto i riflettori. Essendo lei stessa un avvocato africano, la sua nomina potrebbe contribuire a mettere a tacere molte critiche.

mercoledì 6 giugno 2012

Stop al Geocidio. Appello in vista di Rio+20

da www.eilmensile.it

6 giugno 2012versione stampabile
Alex  Zanotelli
Padre Alex Zanotelli. Foto di ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images
Siamo alla vigilia di un altro importante appuntamento per salvare il pianeta terra: ”RIO+20”, che si terrà a Rio dal 20 al 25 giugno 2012. Nel 1992 infatti l’Onu aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra. Purtroppo alle tante speranze suscitate sono seguiti vent’anni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen (2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’orlo dell’abisso. Per questo l’Onu ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta.
Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra. Viviamo dentro un Sistema che ha come unico scopo il profitto, per cui riduciamo sia le persone come il Pianeta Terra a Merce. “Oggi potremo dire che la più significativa divisione tra gli esseri umani – scrive il teologo americano Thomas Berry – non è basata né su nazionalità né sulla razza , né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la Terra in maniera deleteria, distruggendola e coloro che si dedicano a preservare la Terra in tutto il suo splendore”. E questo grande teologo aggiunge amaramente: ”Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, omicidio, genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidioe il  geocidio, l’uccisione del pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino al presente, male per il quale non abbiamo principi né etici né morali di giudizio”.
E il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. E la situazione diventa sempre più drammatica. Nel silenzio quasi totale dei grandi media sia cartacei come televisivi che sono nelle mani dei potentati economico-finanziari. E’ un silenzio voluto e comperato come appare nel libro inchiesta “Private Empire” del noto giornalista Steve Coll che dimostra come la Exxon, la più grande compagnia petrolifera, abbia falsificato, finanziando studi e ricerche, i dati scientifici sui cambiamenti climatici.
La situazione è ormai insostenibile. Gli scienziati temono ormai che il Pianeta subirà , per la fine del secolo, un aumento della temperatura di 3-4 gradi! E’ un aumento drammatico questo! Il riscaldamento del Pianeta sta avvenendo molto più in fretta di quanto previsto ed è tale da innescare un processo irreversibile di cambiamento del clima. E questo molto più velocemente di quanto si pensasse. E l’opinione scientifica è ormai concorde: la colpa è dell’uomo. “Viviamo in un modo che non può continuare per generazioni” – ha detto Jorgen Randers, presentando il suo notevole studio 2052: A global forecast for the Next Forty Years – “L’umanità ha ormai superato la disponibilità di risorse della Terra. Emettiamo due volte la quantità di gas serra in un anno che può essere assorbita dalle foreste e dagli oceani del pianeta”.
Purtroppo non possiamo aspettarci soluzioni dai nostri governi prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali che traggono enormi profitti da questo Sistema. Purtroppo la dittatura finanziaria sotto cui viviamo (il governo Monti ne è una splendida esemplificazione) ha deciso di fare della crisi ecologica un altro affare con la cosidetta ‘green economy’ (l’economia verde). Ne sono espressione ‘il mercato del carbonio’, la produzione agro-forestale per bio-carburanti, la geo-ingegneria che introduce il principio del ‘diritto di inquinare’. E’ la finanziarizzazione anche della crisi ecologica.
“La Green Economy, affidata unicamente alle logiche del mercato senza regole e senza una visione precisa, è un falsa soluzione”, – afferma il documento-base Summit dei popoli a Rio, elaborato dalla Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale (RIGAS). E’ questo il documento che abbiamo lanciato a Roma il 21 aprile nel Teatro Valle, occupato e diventato un bene comune. Una settantina di organizzazioni hanno approvato il documento e hanno aderito a RIGAS. Questa rete deve rimanerecittadinanza attiva e deve includere tutti coloro che in Italia si impegnano sull’ambiente, organizzandosi a livello nazionale, regionale, con una segreteria come ha fatto il grande movimento dell’acqua in Italia. Quello che abbiamo fatto per l’acqua, dobbiamo farlo per l’ambiente, per la Madre Terra così gravemente minacciata. Coinvolgendo in tutto questo anche le comunità cristiane e l’associazionismo cattolico. Il nostro è un movimento trasversale ed ecumenico che si impegna a:
  • informare tutti e a tutti i livelli della gravità della crisi ecologica;
  • rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita, che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico;
  • impegnarsi a livello personale e comunitario, a vivere con più sobrietà, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando le energie rinnovabili;
  • rispondere al problema dei rifiuti con il riciclo totale, opponendosi agli inceneritori
  • sostenere il Piano della Commissione Europea che prevede la riduzione per tappe dell’80% di emissioni di gas serra entro il 2050;
  • chiedere la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici, tassando le transazioni finanziarie dello 0.05%.
E’ un lavoro enorme quello che ci attende partendo dal basso, in Rete, per portare il nostro paese e il governo Monti (che continua a parlare di crescita!) a mettere al centro dell’impegno politico il salvarci tutti insieme con il Pianeta Terra.
Ci ritroveremo in tanti a Rio e da lì ripartiremo con ancora più impegno per salvare il Pianeta. “Uniamoci come movimenti, organizzazioni e reti sociali – così conclude l’appello dei movimenti sociali verso Rio (Cupola dos Povos), per assicurare che Rio+20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di rafforzare le basi locali, regionali e mondiali necessarie per affrontare l’avanzata verde del capitalismo. Rio+20 deve essere un punto di partenza per una società più giusta e solidale”.

Mancano 9 giorni all’inizio del Vertice Mondiale sulla sostenibilità di Rio+20 e il silenzio dei media main stream sull’argomento diventa via via sempre più assordante. L’Associazione A SUD ha quindi organizzato un Flash Mob di protesta davanti alla Rai, per venerdì 8 giugno, alle 11.30. Chiunque vorrà partecipare basta che si munisca di un bavaglio.

lunedì 28 maggio 2012

Dopo i titoli di Stato speculazione all'attacco delle materie prime

da www.ilsole24ore.com


L'universo delle materie prime è alla fine di un superciclo iniziato più di 12 anni fa? È questa la domanda che da settimane assilla gli analisti di commodities. Perché quello cui si sta assistendo è un calo che mette a dura prova il trend rialzista iniziato nel 1999. Basti pensare che nei giorni scorsi le principali commodities globali sono scese ai minimi da circa due anni. Dopo un avvio d'anno in forte ascesa, i prezzi di petrolio, rame, oro e delle materie agricole hanno accusato flessioni violente, che vanno dal 10 a oltre il 20% rispetto ai picchi di febbraio-marzo. Ma è il trend che mette in allarme: il Dow Jones-Ubs Commodity index, che rappresenta il paniere delle materie prime più scambiate al mondo, ha perso il 25% rispetto ad aprile 2011. Ciò che appare chiaro è che da mesi i grandi investitori istituzionali - banche di investimento o grandi fondi - hanno deciso di alleggerire le proprie posizioni sul comparto, innescando così ulteriori vendite da parte di molti operatori. Quali sono le ragioni di questo comportamento?
Le ragioni del calo
Le motivazioni sono di tipo soprattutto fondamentale. Il mercato delle materie prime da anni è iper-sensibile allo stato di salute dell'economia globale. In buona sostanza, se l'economia tira, i prezzi salgono. Se invece le cose vanno male, per azionisti di società minerarie e trading company c'è poco da festeggiare. E manco a dirlo, oggi, lo scenario macro è scoraggiante. Gli Stati Uniti fanno i conti con una crescita singhiozzante. Mezza Europa è nel pieno di una crisi recessiva di cui ancora non si vede l'uscita. Ma ciò che più conta è che la Cina, autentico dominatore della domanda mondiale, sta rallentando la sua corsa. Pechino ha ridotto il target di crescita del Pil al 7,5% (il minimo dal 2004) dal precedente 8% e intende tagliare la quota di Pil dedicata agli investimenti infrastrutturali. L'effetto è un minor consumo di metalli industriali, di cui il paese è vorace consumatore: se la domanda cinese di rame è aumentata di 763mila tonnellate annue tra il 2007 e il 2011, nel 2011-2015, secondo Barclays, l'incremento potrebbe ridursi a 600mila tonnellate: un taglio del 20 per cento. Cadute analoghe dovrebbero subire anche gli ordinativi di minerale di ferro, acciaio, zinco: mercati in cui la Cina pesa per il 40% circa del totale.
Ma il problema è anche di tipo tecnico: nel corso dell'ultimo decennio, il mercato delle commodities si è fortemente "finanziarizzato". L'ingresso di operatori come le grandi banche di investimento nell'arena degli scambi ha reso il mercato molto più liquido ma lo ha anche esposto alle speculazioni di breve respiro. Ecco perché, in un quadro macro così fragile, a ogni soffio di possibile ulteriore rallentamento il mercato svende. E i prezzi crollano.
Il cambio di scenario
Quando ebbe inizio, nel 1999, il rally dei prezzi delle commodities fu spinto da due forze divergenti: da una parte la rapida crescita dei paesi emergenti, trainata appunto dalla Cina (che entrò nel Wto nel 2001); dall'altra l'esiguità degli stock di commodities, visto che le aziende produttrici per anni avevano limitato l'operatività a causa dei margini ridotti. Oggi la situazione è diversa: l'output di materie prime è esploso, grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie e ai massicci investimenti profusi. La produzione di petrolio è salita del 16% dal 1999, quella di rame del 28%, quella di alluminio del 94%. L'effetto è una sovrabbondanza dell'offerta. Se nel 2006 solo il minerale di ferro si trovava in surplus, nei prossimi cinque anni solo lo zinco e il piombo potrebbero trovarsi in deficit. Insomma, uno scenario ribaltato. E che potrebbe spiegare come mai il boom dei prezzi sia entrato in una fase di rallentamento prolungato, come dimostrano i minimi biennali. La lunga marcia al rialzo delle materie prime potrebbe essere insomma non finita del tutto. Ma quanto meno rischia di avere raggiunto il suo "ultimo miglio".
luca.davi@ilsole24ore.com
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venerdì 20 aprile 2012

Il neoliberismo alla conquista del cosmo

da http://www.eilmensile.it

20 aprile 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

“Specie multiplanetaria” e “razzi riutilizzabili”. Sono questi alcuni dei concetti, per lui niente affatto fantascientifici, espressi in un’intervista a Nature da Elon Musk, il fondatore della SpaceX, la compagnia privata che è riuscita per prima a mettere in orbita una propria capsula spaziale.

Secondo il fondatore della società californiana che ha costruito “Dragon”, una civiltà umana che si trasforma in spaziale “rappresenterebbe una scialuppa di salvataggio della biosfera terrestre, che non preserva solo l’umanità ma gran parte degli esseri viventi”.
Tuttavia, “non stiamo facendo reali progressi nella tecnologia missilistica”. Così, per “invertire la tendenza”, lui ha fondato SpaceX e costruito la sua navicella che il 30 aprile, senza uomini a bordo, farà il suo secondo volo e si avvicinerà alla Stazione Spaziale Internazionale. Se tutto andrà bene, in futuro la Dragon porterà in orbita rifornimenti per conto della Nasa.

Insomma, l’agenzia spaziale governativa subappalta il lavoro. Proprio nei giorni in cui lo Shuttle compie il suo ultimo volo (non spaziale) celebrativo, il passaggio di consegne tra Nasa e SpaceX assomiglia a una privatizzazione dello spazio che ricorda tanto quella della guerra.
Ma Elon Musk si sente uno scienziato visionario più che un contractor: “Il prossimo passo importante nell’evoluzione della vita è che il genere umano sviluppi una civiltà con base nello spazio, fino a diventare una specie di multiplanetaria. Penso che sia estremamente importante che l’umanità esca a esplorare il sistema solare, e stabilisca una base autosufficiente su Marte”, dice a Nature.

Questa colonizzazione del pianeta rosso sarà pure low-cost, perfettamente in linea con la contrazione dei budget nell’Occidente del dopo-crisi. Ma i “voli” sono comunque pindarici: “Abbiamo discusso con l’Ames Center della NASA e con il Jet Propulsion Lab l’utilizzo dei nostri razzi e della capsula Dragon per compiere missioni su Marte. Speriamo che il DragonLab sia in grado di fornire un mezzo per fare esperimenti nello spazio a basso costo, ma anche missioni su Marte, Venere, Mercurio e sugli asteroidi. Può atterrare su qualsiasi superficie, sia solida che liquida, e quindi è davvero molto versatile”.
Non sono solo a basso costo, i suoi razzi, ma anche riciclabili: “Stiamo cercando di raggiungere la piena e rapida riutilizzabilità. Se siamo in grado di produrre razzi completamente e rapidamente riutilizzabili più economici rispetto ai razzi a perdere di oggi, ci sarà da preoccupasi solo del combustibile, e il costo del propellente per il volo è solo lo 0,3 per cento del costo della missione”.

Musk è un venditore di pentole a spasso per il cosmo? Effettivamente la sua Dragon fa parte del progetto di rifornimenti Nasa insieme a Cygnus, della Orbital Sciences Corporation, e a K-1, della Kistler, impresa che però nel frattempo è fallita. Lui sta in piedi grazie ai 278 milioni di dollari ricevuti dal governo Usa (170 quelli assegnati a Orbital Sciences) e si capisce che remi in direzione di nuovi mondi. Tanto lo spazio è infinito.
Per il momento, tuttavia, lui su Dragon non ci mette piede: “Vorrei farlo a un certo punto – confessa a Nature – ma non posso correre rischi personali: troppe persone dipendono da me. Prima di avere avuto due bambini e la responsabilità di gestire due società, ho fatto un sacco di cose fisicamente rischiose. Ero abituato a usare un jet da combattimento per volare in giro e fare cose pazze. Così, anche se mi piacerebbe salire a bordo, lo farò probabilmente qualche anno dopo la prima missione”.

Ma la sua determinazione si esprime in termini apocalittici: “È certamente possibile che in futuro si verifichi qualche calamità, come vediamo dai numerosi grandi eventi di estinzione testimoniati dai fossili. L’umanità ha anche sviluppato, ovviamente, mezzi di autodistruzione, quindi penso che abbiamo bisogno di una ‘ridondanza’ planetaria per proteggerci dalla poco promettente possibilità di un’Armageddon naturale o provocata dall’uomo”.

Per il governo Usa, il gioco vale la candela. Nel corso del 2010, ha speso per i preparativi delle missioni spaziali “esternalizzate” circa 500 milioni di dollari, meno di un singolo volo dello Shuttle. Concorrenza, privatizzazione, Stato minimo ma ben disposto a finanziare i privati: il neoliberismo alla conquista dello spazio profondo.

mercoledì 18 aprile 2012

È ufficiale: il medico Jim Yong Kim dal primo luglio sarà presidente della Banca mondiale

da www.ilsole24ore.com

Il medico americano di origini coreane Jim Yong Kim è stato eletto presidente della Banca Mondiale come successore di Robert Zoellick. Lo ha annunciato l'organizzazione di Washington.

I 25 membri del Board, rappresentanti di singoli Stati o di gruppi di Paesi, erano chiamati a decidere per "consenso". Kim, comunque, contava su una maggioranza quasi schiacciante. La ministra delle Finanze nigeriana Okonjo-Iweala, prima candidata non americana alla presidenza della Banca Mondiale, per 25 anni apprezzato dirigente dell'istituzione, godeva del sostegno dei Brics, le economie emergenti: il suo obiettivo era quello di sfidare il patto non scritto, secondo il quale la presidenza della Banca Mondiale è di fatto assegnata agli Stati Uniti, mentre quella del Fondo Monetario all`Europa.
La scelta non ha però riservato sorprese. Come si legge nella nota diffusa dall'istituto di Washington, il mandato quinquennale di Kim inizierà il prossimo 1 luglio.

Pochi minuti dopo la nomina sono arrivate le congratulazioni del presidente uscente Robert Zoellick: "sarò felice di lavorare con Jim Yong Kim durante la transizione, è una persona ammirevole, rigorosa e orientata a ottenere risultati. Ha visto in prima persona povertà e vulnerabilità e la sua esperienza sarà preziosa per la Banca Mondiale mentre cerca di modernizzarsi", si legge in una nota.

Il Board della Banca Mondiale ha "espresso profondo apprezzamento per tutti i candidati", ovvero Jim Yong Kim, il ministro delle finanze nigeriano Ngozi Okonjo-Iweala e l'ex ministro delle finanze colombiano Jose Antonio Ocampo, che si era fatto da parte nei giorni scorsi.

"Tutti hanno contribuito a rendere più ricca la discussione sul futuro della Banca Mondiale" e tutti avevano ricevuto il sostegno di vari Paesi membri, si legge nella nota. In passato, che fosse un americano il presidente la Banca Mondiale era dato per scontato, ma mai come quest'anno la scelta finale dell'istituto non era data per scontata.

La scelta di Obama é stata dunque strategica: Kim non é un politico o un uomo di finanza, é cresciuto negli Stati Uniti, ma non é americano e il suo curriculum (ha anche diretto il dipartimento dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa di Hiv/Aids) lo rende gradito anche ai Paesi emergenti. Prima che Obama candidasse Jim Yong Kim, erano circolati molti altri nomi: al di là del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, si era parlato di Larry Summers, ex segretario al Tesoro ed ex direttore del National Economic Council della Casa Bianca, dell'ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Susan Rice e dell'amministratore delegato di PepsiCo Indra Nooyi.

mercoledì 4 aprile 2012

Gli studenti "occupano" il Palazzo di Vetro A New York mille giovani da venti Paesi

da www.repubblica.it

LA STORIA

Acqua, pace e sviluppo: le crisi del mondo discusse da ragazzi arrivati da tutto il mondo. Molti gli italiani, tanti dalla Sicilia. Età massima 22 anni, per una simulazione unica. E così Ban Ki-moon per stavolta arriva da Catania dal nostro inviato LUCIO LUCA

NEW YORK - Ban Ki-moon ha 21 anni e viene da Catania. I delegati dell'Iran e della Siria sono persino più giovani e devono ancora finire le scuole superiori. Quelli di Israele e Palestina siedono fianco a fianco e si abbracciano davanti alle telecamere. Russi e cinesi danno la benedizione, gli americani applaudono. Il tutto nella sala più austera del Palazzo di Vetro, quella in cui si decidono le sorti del mondo.
VIDEO Ecco i ragazzi che cambieranno il mondo 1

L'assemblea generale dell'Onu, per la prima volta nella storia, la fanno gli studenti arrivati da ogni parte del mondo. Sono mille, in rappresentanza di una ventina di nazioni di 4 dei 5 continenti. I più giovani frequentano ancora le superiori, gli "anziani" sono prossimi alla laurea e non raggiungono i 22 anni. Insieme per cambiare il mondo, "change the world" come recita lo slogan di una settimana che, comunque vada, nessuno di loro potrà mai dimenticare.

E' una simulazione, certo, ma i ragazzi in giacca e cravatta e le studentesse in tailleur grigio d'ordinanza, non hanno affatto voglia di scherzare. Piccoli diplomatici crescono, o almeno ci provano. Sono qui grazie all'associazione "I diplomatici" fondata a Catania una decina di anni fa da un gruppo di neolaureati con in testa un'idea meravigliosa: formare gli ambasciatori del domani. Perché non si vive di solo iPod e discoteche: a 18 anni o giù di lì ci si può appassionare ancora di politica estera, si può ragionare su pena di morte ed energie rinnovabili o, magari, avere idee innovative su come aiutare i paesi sottosviluppati.

Diego Cimino - Ban Ki-moon, appunto, visto che nella simulazione è il segretario generale delle Nazioni Unite - lo urla dallo stesso scranno dal quale, negli anni, hanno preso la parola leader come Jfk e Che Guevara: "Se solo ci penso mi viene la pelle d'oca - racconta - per l'emozione non ho chiuso occhio stanotte. Io come Ban Ki-moon? I miei amici mi prendono in giro e mi chiamano "Ban Ki-mino".

A parte lo scherzo, per noi che sogniamo di diventare diplomatici, il segretario generale dell'Onu, quello vero, è un modello di integrità e dedizione. A volte mi domando: ma come fa a essere sempre così tranquillo pur occupandosi di tutti i problemi del mondo? Boh, io proprio non ce la farei. Per fortuna che devo fingere di essere lui soltanto per una settimana...".

E certo fa un po' di impressione scorgere tra i delegati al Palazzo di Vetro persino un ragazzino "rasta", con quei capelli tipici da musicista reggae che, a memoria d'uomo, nessuno aveva mai notato tra chi abitualmente siede in una delle assemblee più importanti del mondo. Giuliano Carlo De Santis, 18 anni, studente all'ultimo anno allo Scientifico "Amaldi" di Bitetto non ci fa troppo caso: "Rappresento il Guatemala, forse mi hanno associato a quel Paese proprio per "colpa" dei miei capelli. E sono persino nel Consiglio di Sicurezza dove tenterò di far passare una risoluzione sulla sicurezza dei giornalisti in zona di guerra". Alla fine risulta il migliore tra tutti e mille gli aspiranti delegati: "E stasera tutti a ballare", dice commosso ai suoi "colleghi".

Chi, invece, ha poca voglia di scherzare è l'uomo di Teheran. Che poi è un timido 17nne di Bari, si chiama Andrea Mincuzzi e ci tiene a presentare al mondo un'immagine diversa del Paese che rappresenta: "Lo so, qui sono uno dei più odiati e temuti. Parlo per conto di uno Stato-canaglia, ma provo a far capire che esiste un altro Iran, quello che potrebbe, se solo volesse, puntare sulle enormi risorse petrolifere di cui dispone coniugandole con altre forme di energia, decisamente più sostenibili. Certo, mi rendo conto che la repressione del regime non aiuta". 17 anni spesi bene, verrebbe da dire.

Claudio Corbino, presidente dell'associazione "I diplomatici" si coccola i suoi allievi: "Negli occhi di questi ragazzi vedo la speranza di un futuro migliore", dice. E per tutti loro, il consiglio del "padrone di casa", l'ambasciatore Cesare Ragaglini rappresentante permanente per l'Italia presso le Nazioni Unite: "La canzone dice che uno su mille ce la fa, ma io spero che la percentuale sia molto più elevata. Nel mondo c'è sempre più bisogno di diplomazia, lo spazio c'è se si ha pazienza e voglia di studiare. Chissà magari tra loro c'è già chi, un giorno, prenderà il mio posto...".

(04 aprile 2012) © Riproduzione riservata

lunedì 26 marzo 2012

Al via il vertice di Seul Obama: "Ridurre gli arsenali"

da www.repubblica.it

NUCLEARE

Il presidente Usa in Corea del sud per partecipare al summit sulla sicurezza atomica. "Abbiamo più missili del necessario, possiamo garantire difesa con altri limiti". Pechino accetta di coordinare gli sforzi con gli Stati Uniti contro qualsiasi "potenziale provocazione" pianificata della Corea del nord

SEUL - Proteggere impianti e materiali nucleari da azioni dolose e ostili. Questo in sintesi si intende per 'nuclear security'. E poi la 'nuclear safety', prevenire incidenti nucleari, provocati da guasti o magari da calamità naturali, come Fukushima, un anno fa. I due temi si intrecciano sul tavolo del Vertice di Seul, il secondo dopo quello di Washington dell'aprile 2010, summit al quale partecipa il presidente del Consiglio, Mario Monti, insieme ai capi di Stato e di governo di 53 Paesi, oltre ai vertici di Onu, Ue, Aiea e Interpol.

Gli obiettivi sono quelli di confermare l'impegno contro il terrorismo nucleare, capace di gettare potenzialmente ombre più concrete, con lo spettro di una 'bomba sporca', di quella proliferazione delle testate nucleari e di rinnovare l'impegno a mettere in sicurezza i materiali nucleari. Entro un quadriennio come indicato da Obama nel 2009. Fu lo stesso presidente americano a lanciare quell'anno a Praga una proposta per avere un mondo futuro senza armi nucleari e che firmò, con la Russia, il nuovo trattato Star per la riduzione delle armi nucleari.

Al Summit di Seul sta dunque il compito di verificare i progressi compiuti dopo la prima edizione a Washington, con il Rapporto presentato da ogni Stato partecipante, senza ovviamente dimenticare le nuove possibili azioni per il rafforzamento della sicurezza nucleare. Particolare attenzione, oltre al contrasto di traffico illecito di materiali nucleari e altri materiali radioattivi, anche alla necessità di mettere in sicurezza gli
stessi materiali radioattivi, sempre nell'ottica di scongiurare il rischio di fabbricazione di una 'bomba sporca'.

Al Coex, la struttura che ospita il summit, la sicurezza è ai massimi livelli, al punto che la polizia ha sollevato l'allerta terrorismo al livello più alto ('grave'), a maggior ragione dopo l'annuncio della Corea del Nord sul lancio del 'satellite' atteso tra il 12 e il 16 aprile. Nell'agenda dei lavori, c'è infatti l'elenco di argomenti che, pur se non ufficialmente presenti, si sono affacciati con decisione negli incontri bilaterali finora tenuti: Corea del Nord, Iran e Siria.

Pyongyang non partecipa al vertice, ma le ambizioni nucleari ne fanno un protagonista, così Teheran cui il presidente Usa Barack Obama - che ha già visto Hu Jintao e Dmitri Medvedev - ha ricordato che "il tempo per la diplomazia sta per scadere".

Quanto a Damasco, nel pieno delle turbolenze e delle violenze interne, è l'occasione per tentare di tracciare una risposta internazionale più definita. Nel documento finale del vertice, atteso domani pomeriggio, saranno menzionati "importanti principi in materia di sicurezza nucleare e 11 obiettivi chiave, e azioni specifiche per raggiungerli", ha anticipato in mattinata il ministro degli Esteri sudcoreano Kim Sung-hwan.

L'Italia.
Qualificante l'impegno italiano, sin dalla presidenza G8 del 2009, in quella che viene definita dimensione umana della sicurezza nucleare, e per l'istituzione a Trieste della Scuola internazionale sulla sicurezza nucleare, i cui corsi riprenderanno fra l'altro proprio nel maggio di quest'anno. L'Italia si propone di dare conto dei progressi dopo la firma dell'Accordo con gli Usa nel quadro del programma Megaport contro il traffico illecito di materiali nucleari e radioattivi, con l'avvio dell'installazione di strumenti di rilevazione in alcuni porti italiani. Allo stesso tempo, la delegazione italiana citerà le trattative per il rimpatrio negli Usa di materie nucleari sensibili.

La Russia.
Prima del vertice il presidente Usa, Barack Obama, ha proposto alla Russia una nuova riduzione nell'arsenale di armi nucleari, tagli che riguardino anche aree finora intoccabili, le armi tattiche e le testate nucleari di riserva. Pur inviando un nuovo altolà alla Corea del Nord e all'Iran sulle loro ambizioni nucleari, Obama ha infatti riconosciuto che gli Usa hanno più testate del necessario e ha ricordato il suo obiettivo di raggiungere "un mondo senza armi nucleari".

La Cina.
A margine del summit Obama ha incontrato il presidente cinese Hu Jintao. Al centro dei colloqui tra i due capi di Stato, i rapporti bilaterali tra Usa e Cina e i maggiori temi di attualità regionale e mondiale. Si tratta del primo incontro quest'anno tra i due presidenti. Nell'incontro, Pechino ha accettato di coordinare gli sforzi insieme agli Usa contro qualsiasi "potenziale provocazione" di lancio del 'satellite' pianificata dalla Corea del nord. Obama ha ribadito come sia importante che la Cina usi la propria influenza e che mandi un messaggio chiaro di preoccupazione a Pyongyang. Il presidente Hu Jintao ha risposto di prendere il problema nord coreano con molta serietà. Per Obama è fondamentale che la Corea del nord rinunci alle sue ambizioni nucleari a rischio di rimanerere isolata: "E' necessario che la Cina mantenga la sua posizione di collaborazione con la nostra posizione, così come ha indicato, e che trasmetta la sua preoccupazione al governo nordcoreano".

(26 marzo 2012) © Riproduzione riservata

giovedì 8 marzo 2012

Giornata Internazionale della Donna nel mondo arabo: tra appello delle femministe e ritorno delle odalische

da www.agoravox.it

In occasione della Giornata Internazionale della Donna diversi quotidiani italiani ed esteri, tra cui La Stampa, pubblicano oggi un appello di alcune scrittrici, registe, attiviste e femministe di diversi paesi arabi. In cui si rivendica con forza parità di diritti per le donne anche nel mondo arabo, anche come monito contro le degenerazioni di stampo religioso e integralista che purtroppo stanno attraversando la ‘Primavera araba’.

Nelle nazioni arabe le donne tuttora “soffrono una delle peggiori condizioni del mondo intero”, dove “la violenza, quella pubblica o quella privata, resta diffusa”. Perché le leggi sulla famiglia nella maggior parte dei casi “non fa che istituzionalizzare l’esclusione e la discriminazione”, come consentono de facto anche i codici civile e penale e le altre norme. La violazione dei diritti e delle libertà fondamentali delle donne si manifesta “con l’istituzione di pratiche come la poligamia e il matrimonio di minori”, con “disuguaglianze nei diritti in campi come il matrimonio, il divorzio, la custoria dei figli e l’accesso alla proprietà e all’eredità”. “Ci sono leggi che coprono i delitti d’onore, che permettono a un maschio della famiglia che uccide una parente di invocare le attenuanti”, viene denunciato.

Tutte limitazioni dei diritti che hanno, più o meno palese e diretto, un retroterra religioso fondato sull’applicazione della sharia islamica. E non a caso, tra le richieste avanzate nell’appello, c’è anche la “denuncia di chi alza la voce per discriminare le donne sulla base di interpretazioni retrograde di precetti religiosi”.

Intanto l’ennesima riprova di come il conservatorismo religioso incida pesantemente sui diritti delle donne viene dalla Tunisia. Bahri Jlassi, presidente del Partito per l’apertura e la fedeltà, ha proposto all’Assemblea costituente di inserire nella futura carta anche il riconoscimento del diritto degli uomini di avere non solo una moglie, ma anche una odalisca (cioè una vera e propria schiava sessuale, o jarya). Secondo Jlassi, sarebbe la soluzione per combattere divorzio, adulterio e nubilato. Di più, il politico ha detto al quotidiano arabofono Assarih che la legalizzazione delle odalische permetterebbe di “ristabilire l’equilibro sociale e morale” contro la laicità imposta negli ultimi decenni e contro le disposizioni che “criminalizzano” la poligamia.

Proprio oggi le attiviste tunisine hanno organizzato un sit in davanti alla sede dell’Assemblea costituente nella capitale, contro l’introduzione della sharia quale fonte principale del diritto. Eventualità che, denuncia Fathia Hayzem (esponente dell’Assemblea tunisina delle donne democratiche – Atfd) porterebbe ad una “valanga di disgrazie” sulle donne. In Tunisia vi è infatti il rischio che la nuova carta costituzionale, specie per il peso consistente del partito islamico Ennahda, abbia una forte venatura religiosa. E anche ieri si sono registrati scontri tra studenti salafiti e laici all’università, per la questione del velo.

giovedì 2 febbraio 2012

C’è un futuro per il capitalismo: ma quale?

da http://rampini.blogautore.repubblica.it

2 feb 2012

Il capitalismo ha un deficit mortale: di autostima. La crisi di fiducia in se stesso traspare dai dibattiti che animano due dei più influenti media economico-finanziari. Il Financial Times e The Economist dedicano inchieste, dibattiti e analisi a un interrogativo esistenziale: quella che viviamo è una crisi “terminale” o è ancora curabile all’interno delle regole di un’economia di mercato? Ha più probabilità di sopravvivenza il capitalismo di Stato che governa i Bric, cioè Cina India Brasile Russia? Martin Wolf, l’economista più autorevole del Financial Times, ammette che l’idea di una “estinzione” del capitalismo oggi ha ancora più peso di quanto ne avesse quattro anni fa nell’epicentro della recessione. “Nel 2009 – osserva Wolf – dedicavamo una serie di inchieste al futuro del capitalismo, oggi abbiamo cambiato il titolo e il dibattito ruota sul capitalismo in crisi”. La ragione: cinque anni dopo il disastro sistemico del 2008, non ne siamo ancora usciti. Tramonta ogni illusione di avere a che fare con un normale evento ciclico, nella fisiologica “distruzione creatrice”. Chiamando a raccolta i migliori intelletti del mondo angloamericano, il Financial Times conclude che per sopravvivere il capitalismo deve affrontare sette sfide. Sono sette temi familiari, in cima alle preoccupazioni dell’opinione pubblica, presenti nell’agenda dei governi e sugli schermi radar degli espertti. Al primo posto c’è la questione sociale: lavoro e diseguaglianze. Questo capitalismo ha generato società sempre più ineguali e la sua capacità di creare occupazione declina paurosamente. Le cause sono state individuate in passato nella globalizzazione e nel progresso tecnologico; più di recente si è rafforzata la scuola di pensiero secondo cui le diseguaglianze sono “fabbricate” da un sistema politico dove le oligarchie esercitano un’influenza spropositata. A questo sono collegati altri tre temi. La questione fiscale, che ieri Barack Obama ha messo al centro del suo discorso sullo Stato dell’Unione: il finanziamento della spesa pubblica si è spostato in modo anomalo sul lavoro dipendente, alleggerendo il capitale. Il dinamismo dell’economia di mercato necessita di profonde riforme fiscali, tanto più in una fase di shock demografico per l’arrivo all’età pensionabile delle generazioni più popolose. Terza questione, il rapporto fra democrazia e denaro; non è solo politica ma anche economica, perché la deriva oligarchica è una “inefficienza” che distorce sistematicamente le decisioni collettive, vedi le lobby scatenate contro le riforme del governo Monti. Quarto tema nell’elenco del Financial Times è la riforma del sistema finanziario, un cantiere ancora largamente bloccato nonostante lo shock del 2008. La finanza ha sempre avuto una tendenza degenerativa, analizzata dal grande economista Hyman Minsky: dall’arbitraggio delle opportunità si scivola verso la speculazione, da questa si precipita nella frode. E’ una storia antica ma le potenzialità distruttive sono amplificate dalla dimensione e interconnessione dei mercati finanziari moderni. E’ impossibile aggredire le patologie del sistema bancario senza affrontare la questione della corporate governance (numero cinque): l’azienda moderna ha tradito i principi di responsabilità e di controllo, nel momento in cui l’élite manageriale si è affrancata dagli azionisti, per esempio fissando paghe sempre più stratosferiche e inappellabili. Il problema numero sei è la questione dei “beni pubblici” in una economia globale: il mercato si è rivelato un meccanismo inadeguato a gestire beni universali ma scarsi come l’acqua, l’aria, le risorse naturali; la sicurezza o l’accesso all’istruzione. Infine, la settima emergenza riguarda la gestione delle “macro-instabilità” e la concorrenza tra sistemi-paese. Il mercato rischia di incoraggiare una competizione al ribasso: in cui tutti i problemi elencati sopra (diseguaglianze, bassa tassazione dei capitali, saccheggio ambientale) si risolvono in una rincorsa del peggiore, verso il minimo comune denominatore. Ci sono però indicazioni contrarie: per esempio società fortemente egualitarie o meno ingiuste della media (Germania e paesi nordico-scandinavi) che si dimostrano competitive nella globalizzazione. La questione della concorrenza tra sistemi è quella evocata dall’Economist nell’inchiesta sul ritorno del capitalismo di Stato. La Cina è un modello alternativo la cui forza contribuisce al crollo di autostima dell’Occidente. Anche India Brasile e Russia hanno governi in vario modo dirigisti. L’Economist approda a una conclusione consolatoria: nella storia del capitalismo, la formula statalista ha sempre avuto fortuna nelle fasi di decollo iniziale (dalla Prussia al Giappone, all’Italia dell’Iri), poi con l’arrivo alla maturità le crepe del modello dirigista diventano evidenti. In passato però la crisi dei capitalismi di Stato si confrontava con la forza del paradigma “puro”, quello americano: oggi invece anche nel cuore di questo modello originario il dubbio esistenziale ha messo radici.